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Artisticamente Magazine

Alessandro Prete: «È dall’imperfezione che nasce la creatività»

Alessandro Prete: «È dall’imperfezione che nasce la creatività»

Tempo di lettura: 10 minuti

 

Cosa c’è dietro il lavoro dell’attore? Il dialogo con ALESSANDRO PRETE prova a rispondere a questo interrogativo e ne rilancia altri. In molti lo ricorderanno come interprete (da Shangai nella serie “Romanzo criminale” allo Slavo ne “La banalità del male”), poi, però, arriva un momento un momento in cui ci si ascolta ancora più in profondità e si sceglie di assecondare una nuova vocazione. Esercita da un po’ di anni come acting coach, una professione più nota all’estero e di cui si ha meno contezza da noi, ma che ci auguriamo di riuscire a farvi conoscere tramite questo confronto con lui.

D: Mi ha parlato di lei Leo Gassmann quando l’ho sentito per il suo debutto teatrale al festival di Borgio Verezzi. Mi ha trasmesso affetto e riconoscenza e soprattutto quest’ultima non mi sembra molto diffusa ancor più nel mondo dello spettacolo. Mi piacerebbe partire proprio da questo punto

«Mi piace restituire autonomia, indipendenza. È essenziale per me, lo trovo molto leale, tant’è vero che le sessioni al laboratorio sono di due mesi e mezzo in due mesi e mezzo e non do per scontato che vogliono partecipare alla prossima sessione come loro non devono dare per scontato che io voglia collaborare nuovamente. Ci tengo tantissimo a dirlo perché è molto facile creare morbosità all’interno di questo genere di relazione. Io non sono un guru. In una collaborazione attiva e costruttiva c’è un grado di collaborazione che ogni volta deve essere riconosciuta e rinnovata nel lavoro che si vuole fare insieme. Ci si sceglie. Quando il professionista viene e mi dice: “vorrei progredire ulteriormente in questa cosa”; ho la libertà, ma anche il dovere di rispondere: “ok facciamolo insieme” oppure “no” perché sento che non è il momento giusto. Leo, è venuto da me da neofita. Ho una sorta di ‘palestra per attori’, in cui loro tra un progetto e l’altro si aggiornano come qualsiasi altro professionista in ogni ambiente. Nel caso di Leo, avendo un cognome così importante, avendolo conosciuto e vedendo la serietà e l’umiltà, anche se non era già un attore professionista, aveva tutti gli elementi per poter progredire in questo mestiere. Bastava che gli decodificassi alcune cose che gli venivano già istintive e che sicuramente aveva assorbito come terza generazione Gasmann – questo è stato un aspetto che ho voluto affrontare immediatamente con lui. La zona della riconoscenza nasce dal fatto che c’era da parte mia un’onestà intellettuale che ho subito cercato di fargli capire rispetto alla responsabilità che aveva. La sua carriera è iniziata con la musica, quindi in qualche maniera si è voluto distinguere. Pur stimandolo e rispettando il padre (Alessandro Gassmann, nda), voleva compiere il proprio percorso individuale e questa era la giusta premessa per una collaborazione insieme. Leo non voleva sentire il ‘peso’ del cognome e ho iniziato a responsabilizzarlo in un determinato modo rispetto a ciò che poteva e doveva rappresentare e mi ha seguito. Nel farlo si è creata una fiducia che poi è esplosa nella preparazione del personaggio di Califano (nel film tv per Rai1, nda), in cui abbiamo fatto insieme un lavoro di immedesimazione e dalla teoria siamo passati direttamente alla pratica. Ci siamo trovati nel lavoro pratico, ma questa riconoscenza già ce l’aveva prima del risultato. Ammetto che è una cosa meravigliosa tra artisti perché io la considero tale quella tra l’acting coach e l’attore».

D: Lei è stato colui che ha sdoganato questo mestiere, soprattutto nel nostro Paese

«Mi rendo conto che su larga scala la percezione sia confusa; mentre tra gli addetti ai lavori è una professione ormai molto concreta, con la propria rilevanza. Non c’è un insegnamento formale, è una zona di collaborazione attiva tra professionisti. Sono riuscito a farlo con tanta umiltà, pur partendo da un presupposto molto attivo. Dopo i vari insegnanti avuti in America, l’acting coach è una figura che ho conosciuto sempre lì, dove era molto diffusa tra gli attori professionisti e aveva già una propria importanza. Poi in punta di piedi, per tantissime ragioni, tra cui quella che non ero conosciuto dal grande pubblico sotto questa veste, ma solo con quella attoriale, ho cominciato i miei esperimenti in questa direzione. Pian piano la fiducia è cresciuta e continua a crescere ed è ciò che mi sorprende. Il riconoscimento nasce da una collaborazione e corrisponde a quella fase che chiamerei utile alla causa che si affronta insieme all’attore che si rivolge a me, a prescindere dal percorso che possiamo fare professionalmente, anche al di fuori della preparazione di un personaggio».

D: Il no diventa anche formativo

«Esatto. Non bisogna mai dimenticare che il mestiere dell’attore è veramente particolare. Ci sono mille fragilità che si azionano quando l’attore si espone. Ci sono dei sincronismi anche psicologici di un certo tipo, anche se il fine è sempre molto pratico. Bisogna conoscersi psicologicamente e avere contezza delle corde del proprio strumento e che si trovino degli accordi che non siano dissonanti dalla propria natura ma al tempo stesso siano utili per sortire l’effetto desiderato».

D: Come si trova la giusta misura con ogni artista con cui ci si rapporta?

«Un ingrediente fondamentale è la curiosità. Mi devo assolutamente incuriosire in quello che è la persona e il professionista che ho di fronte per poi portare a termine un’opera. Devo essere lucido per entrare in sinergia con la persona e non con i problemi che può avere. Di questi tempi fare gli attori è molto più difficile di prima, ma perché è proprio il mondo moderno che contrasta un mestiere così antico in cui come arte figurativa si usano corpo, mente e anima. Di conseguenza la modernità in qualche maniera destruttura l’essere umano e parlare di esseri umani a un giovane attore è qualcosa che sorprendentemente li meraviglia in una maniera che mi commuove tantissimo perché ricondursi alla propria umanità è la base di questo mestiere per poi sapersi raccontare e immedesimare nella vita e nell’umanità di un personaggio».

D: Riesce a intuire quelle corde di cui loro non hanno consapevolezza?

«Sì, intuisco anche quelli che vengono considerati dei blocchi psicologici però, come dico sempre, per fortuna noi non dobbiamo sbloccare psicologicamente un attore».

D: Quello sarebbe un lavoro da psicoterapia

«Esatto. L’acting coach deve attuare le circostanze per cui l’attore per un tempo limitato possa creare anche la non consuetudine del proprio carattere, dei propri comportamenti, ma abituare la mente a concentrarsi anche su dei comportamenti che non può o non vuole assumere nella vita. Questo è anche il divertimento più grande, è catartico. Tante volte gli attori si confondono, pensano che devono risolvere i problemi personali attraverso questo mestiere. No, è esattamente il contrario: devi lavorare abbastanza sul tuo carattere da smussare quei lati che ti distraggono dalla percezione di quello che devi sentire per poi riprodurre quell’effetto».

D: Avverte differenza tra le generazioni?

«Tantissimo e non lo dico solo io né voglio risultare retorico. Siamo nell’epoca del tecnicismo come dice Galimberti. Non è semplice ricordare a un giovane attore che ha un cuore quando apparentemente questo mondo non lo desidera per cui devo fargli capire che quest’ultima è una grande bugia. Dalla condizione di desiderio e sogno nascono la fantasia, l’immaginazione, la poetica che sono alla base di questa mestiere».

D: Quindi fate insieme una sorta di viaggio?

«Sì, stabilito anche dal tempo lavorativo. Questo ci riporta immediatamente alla realtà. Mentre svolgiamo la collaborazione in maniera creativa, cerchiamo di vivere il lusso di stare un attimino fuori dal tempo e dallo spazio in maniera che poi possiamo essere pratici perché sennò il compromesso è sempre troppo a ribasso».

D: Ci spiega meglio: prestabilite insieme dei tempi?

«Certo: tutto è condizionato dal tempo fuori. Ancora di più al cinema il tempo è denaro per cui i tempi sono feroci. Ho anche il compito di portare questa creatività all’atto pratico e che cerco di far assolvere all’attore con cui collaboro. Non è facile ma è un’avventura stupenda, non è mai una routine proprio perché le personalità cambiano».

Alessandro Prete

D: Quindi ci si rivolge a lei soprattutto con l’obiettivo di preparare un ruolo?

«Sì o per questa ragione oppure quando il professionista vuole aggiornarsi e migliorare tramite il lavoro in laboratorio, previo colloquio di selezione in cui cerco di capire la ‘condizione’. La mia domanda fatidica è: cosa posso fare per te? Può risultare formale, in realtà c’è la sintesi completa perché non si può pensare di fare questo mestiere in un modo autogestito. Il professionista mi può comunicare che il sistema lavoro gli sta richiedendo questi personaggi ed esserci tantissime problematiche tra cui il suo non riuscire ad avere questo tipo di energia o esprimere quel tipo di sentimento o ancora gli chiedono una velocità che non riesce ad avere. Questo implica che vuole fortificarsi perché, ad esempio, soffre la pressione e quindi rende al 50% del suo potenziale e mi chiede supporto per accrescerlo, avere più fiducia su questo tipo di espressione oppure attori molto confusi e non sanno il perché. Io tendenzialmente responsabilizzo l’attore per cui rispetto alle lamentele sul sistema che non va, rilancio: “cosa puoi fare tu per lavorare? Cosa ti manca? Non lo sai allora cerchiamolo insieme”… Con le mie condizioni di oggettività cerco di indirizzarlo praticamente, indicando quello che è un falso problema e quello, invece, reale da risolvere. Il laboratorio è un lavoro molto dinamico per cui non si va a procrastinare il miglioramento, ma ogni giorno l’attore che lavora con me deve sentire che porta quel mattoncino a casa verso l’obiettivo che abbiamo stabilito. In una classe master che sto seguendo ci sono solo gli attori che interpretano già ruoli da protagonisti e, in questo caso, non si lavora in emergenza, ma si sperimenta su un’urgenza artistica, con l’intento di progredire ed esplorare la propria originalità nei vari racconti e nell’espressioni dei diversi personaggi che devono interpretare».

D: C’è un limite massimo di partecipanti?

«Assolutamente. La classe master è molto esclusiva in cui lavoro al massimo con dieci persone e non individualmente perché altrimenti non ci sarebbero gli effetti giusti. Si crea una dimensione di gruppo lavorativo perché l’attore è proprio un individuo che necessita di feedback collettivo. In questo contesto specifico non esiste più la solitudine dei numeri uno ed è bellissimo appunto vedere professionisti che magari possono essere in competizione tra di loro, ritrovarsi in uno spazio libero dove riconoscersi. Questo aiuta tantissimo l’oggettività, si crea uno scambio professionale e umano in cui io fungo da moderatore. Mi ricorda l’atmosfera vissuta da piccolo, con mio padre (Giancarlo Prete, nda), ho avuto la fortuna di assorbire delle cose quando avevo 3-4 anni che porto ancora con me. Mi portava in questi vicoli a Rione Monti a Roma dove si stava seduti e mentre venivi investito dal fumo intossicante di sigarette e magari in quel momento mi annoiavo moltissimo, poi venni a sapere che quei signori che discutevano così animatamente di un film erano Scola e Monicelli. Non erano dei salotti intellettuali, ma artigianali in cui non dovevi per forza essere amico, ma vigevano stima e rispetto di un artigianato puro. Allora ci si teneva tantissimo che i film riuscissero e la zona di condivisione era anche una zona di crescita. Non c’è un artista che può a un certo punto dire non mi metto più in discussione perché sarebbe fuori dalla realtà e non saprebbe che cosa raccontare. È dal conflitto, dal disagio, dall’imperfezione che nasce la creatività. Mi piacerebbe che le persone capissero non solo il risultato compiuto da un attore per poi giudicarlo, ma che comprendessero che intorno ad una prestazione ci sono delle avventure pazzesche in cui l’attore si trasforma rendendo poi visibile quel prodotto finale alle persone. Sarebbe bello che si cogliesse come dietro il lavoro attoriale, soprattutto anche quello di successo già visibile, in realtà c’è un grossissimo impegno che non finisce mai e chi sposa il proprio progetto lo cogli perché è sempre più vivo: più lavora e più è determinato e curioso di arricchirsi nuovamente. Chi è statico sparisce».

D: È molto positiva anche l’ottica sulle fragilità a cui accennava prima

«L’attore non deve concepirla più come debolezza, è il suo pane quotidiano. L’attore quando si espone è un oggetto di cristallo, se si sente granitico diventa un attore stereotipato, convenzionale, che va per emulazione. Invece sentire la propria fragilità come forma di coraggio è la premessa per poi esporsi in una maniera non democratica, ma cercando di essere presente in ogni momento in scena».

D: Alessandro c’è qualcosa che ha scoperto di se stesso grazie a uno di questi viaggi?

«Col senno del poi, arrivati a oggi, posso dire che tutto il percorso, soprattutto i disagi adolescenziali fino alle prove che ho dovuto sostenere come attore, tutti i fallimenti che ho avuto sono stati utilissimi e per fortuna sono rimasto molto curioso verso questi fallimenti. Il mio perfezionismo nelle cose, che prima nominavo solo come ansia o depressione, mi ha aiutato a capire meglio che cosa vuol dire successo. È lì che mi è nata la seconda vocazione, questa dell’acting coach. Avrei voluto uno come me all’apice della mia carriera attoriale».

D: Quindi non c’è un momento in particolare che le ha fatto compiere questo switch?

«No. So solo che non saprei fare il mio mestiere se non per la vita sia lavorativa che umana che ho fatto. Sicuramente ci sono tante particolarità: papà era un attore, mia madre una modella, lui italiano e lei straniera e ha vissuto la maggior parte della sua esistenza America. Ho trascorso la mia infanzia tra l’Italia, l’America e varie parti del mondo, avendo avuto la fortuna di viaggiare tanto coi miei genitori e da quei viaggi ho assorbito a piene mani. Papà mi ha portato sul set sin da quando ero piccolissimo per cui è davvero un mix».

D: Alessandro in precedenti interviste ha fatto riferimento a insegnanti fondamentali incontrati in America

«Mi è servito tantissimo perché essendo lì un business mi ha fatto capire quanto il sistema americano ci riconducesse a una realtà fuori dai falsi intellettualismi che talvolta purtroppo ci sono nel nostro Paese, dove si sta perdendo la contezza di cosa pensi lo spettatore. Prima, quando c’erano solo due canali e andava in onda lo sceneggiato della domenica, se non veniva apprezzato i centralini venivano intasati; adesso l’atteggiamento è: non piace, si cambia canale. Nella precedente situazione si dava vita a una lungimiranza maggiore».

D: A proposito dell’essere concreti. Spesso da noi, anche in scuole di valore, i giovani non vengono preparati a dovere al mondo del lavoro

«Alla base del lavoro attoriale c’è l’ansia da prestazione, quella fragilità di cui parlavamo, e consiste nell’affrontare ogni volta la paura del rifiuto. Entrare in sincronia con questo è fondamentale, non bisogna dargli enfasi, ma distinguere tra il no ricevuto che è una forma di non riconoscimento nel lavoro, ma che non condiziona in assoluto ciò che è la persona. La cassa di risonanza che assume un no in un attore corrisponde spesso alla sindrome dell’abbandono quindi l’attore deve capire cosa richiama quel no, che è ben distinto dalla delusione semplice di un no lavorativo, solo così si viene a capo e si sente meno la pressione».

Alessandro Prete

D: Alessandro, se uno rimanesse in superficie, penserebbe: non le manca il lavoro di attore? Invece, da come ha parlato con passione di questa attività, è come se continuasse la sua ricerca professionale con questo mestiere di acting coach. Lei ha scritto in passato anche diversi spettacoli per la scena. La parte creativa, anche autoriale, l’ha rifunzionalizzata per il lavoro di acting coach?

«Sì, la forma autoriale e quella registica sono un completamento e l’acting coach è anche un arricchimento di questi altri due ruoli. Gli esercizi di improvvisazione, le storie che invento e che metto a disposizione degli attori sono altamente stimolanti a 360° gradi. Non penso che un acting coach possa avere delle velleità ancora come attore perché ci sarebbe conflitto di interessi. Inoltre, sempre per onestà intellettuale, uno dei motivi per cui non voglio andare sul set sta nel voler preparare l’attore all’autonomia (ovviamente se qualcosa non va ci sentiamo), non voglio essere la sua comfort zone e poi non voglio intromettermi nella sua collaborazione con il regista né voglio fare da moderatore tra i due ruoli (che può avvenire in una fase iniziale/preparatoria)».

D: Quali progetti vorrebbe realizzare in parallelo?

«Abbiamo finito per quest’anno il viaggio con Giacomo Ferrara di “Diario di un pazzo”, testo di Gogol meraviglioso, portato in scena in passato da Flavio Bucci. Dovremmo riprenderlo nella prossima stagione e ci auguriamo di arrivare anche in piazze importanti come Milano e Roma».

D: E poi?

«Il mio sogno nel cassetto è l’opera prima. Ho diretto diversi cortometraggi e vorrei fare questo ulteriore passo. Un progetto è in fase di scrittura, devo avere il tempo di dare priorità a questo. Sto formando degli altri acting coach, ci tengo che questo tipo di linguaggio vada avanti al di là della mia opera personale. Mi sento di dover essere generoso anche in questo».

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