Una forma può generare un suono? Una scultura, pensata per restare, può diventare il punto di partenza di un’opera destinata invece a esistere soltanto nel momento in cui viene eseguita? Al Boutique Hotel Stresa, sulle rive del Lago Maggiore, l’incontro fra Gianfranco Meggiato e Fabrizio Grecchi ha provato a dare una risposta dal vivo.
Scultore veneziano, Meggiato ha fatto del rapporto fra pieno e vuoto, materia ed energia, esteriorità e ricerca interiore uno dei nuclei del proprio lavoro. Sua è la definizione di ‘introscultura’: lo spazio penetra nelle forme e lo sguardo viene attirato verso il loro interno, fra reticoli, grovigli e sfere. Pianista e compositore, Grecchi ha lavorato anche con le musiche per immagini e porta avanti “Beatles Piano Solo”, progetto nel quale rilegge al pianoforte il repertorio dei Beatles intervenendo anche su tempo, armonia e improvvisazione. Quando si incontrano per “Art in Concert” si conoscono soltanto da poche ore e proprio questo rende meno scontato ciò che accade dopo.
Ad aprire la serata è Flaviana Facchini, giornalista e PR, con una premessa che anticipa il senso dell’incontro: «lasciare che l’arte dialoghi con la cultura e la scultura dialoghi con la musica». Una dichiarazione d’intenti che, davanti al pubblico, diventa un esperimento sulla possibilità che due linguaggi autonomi arrivino davvero a modificarsi reciprocamente.
L’arte è del resto uno degli elementi attraverso cui il Boutique Hotel Stresa ha costruito la propria identità, riconosciuta anche dalla Guida Michelin con l’assegnazione di una Chiave Michelin nella selezione 2026. “Art in Concert” porta questa vocazione un passo oltre: le opere non sono soltanto parte dello spazio, ma diventano origine di una nuova creazione.
Gianfranco Meggiato, dentro la scultura
Le opere di Meggiato disseminate negli spazi del Boutique Hotel Stresa esercitano un’attrazione curiosa. La materia e alcune superfici potrebbero suggerire inizialmente qualcosa di freddo, quasi impenetrabile. Basta avvicinarsi perché accada il contrario: lo sguardo viene richiamato verso l’interno, quasi attratto da un polo, seguendo percorsi che sembrano non avere immediatamente un principio o una fine.
Non è soltanto un’impressione visiva. Nel lavoro dello scultore lo spazio conta quanto la materia: il vuoto entra nell’opera, mentre il labirinto diventa metafora del percorso dell’uomo alla ricerca della propria dimensione più profonda e l’artista ha chiamato questa ricerca ‘introscultura’. Durante la serata è lui stesso a spostare il discorso dall’oggetto alla ragione per cui viene creato: «Che cos’è la creatività? Che cos’è l’arte? A che cosa serve la scultura? A che cosa serve la musica?». Le forme diventano così il punto di partenza di un racconto sull’esistenza. Meggiato indica i percorsi più oscuri e intricati delle proprie sculture e li associa ai momenti difficili che attraversano una vita, agli ostacoli e alle deviazioni attraverso cui si cerca una strada. Anche la fisica quantistica entra nel suo immaginario.

Davanti a un’opera costituita da due nuclei, lo scultore richiama il principio dell’entanglement per parlare di due elementi che, pur separati, continuano a essere legati. Nel suo racconto quella suggestione scientifica diventa l’immagine di due persone che restano connesse anche nella distanza. Non occorre chiedere alla fisica di certificare una lettura artistica. Più interessante è osservare che cosa Meggiato ne trattenga: l’idea dell’esistenza di relazioni non immediatamente visibili. Una suggestione che, quella sera, sembra trovare quasi naturalmente un’altra applicazione.
Un’intesa nata nell’improvvisazione
Fabrizio Grecchi arriva davanti a quelle opere senza conoscerle. Racconta di non averle mai viste prima e di aver impiegato pochissimo tempo per trovare con Meggiato un’intesa, per poi parlare di frequenze ed è proprio questa naturalezza a catturare.
Due artisti provenienti da percorsi differenti riescono a dialogare con una sintonia che entrambi riconoscono apertamente. L’impressione non è quella di una ricerca forzata di un punto di contatto fra scultura e musica: il rapporto prende forma mentre la serata procede, contribuendo a creare un’atmosfera quasi sospesa. La scultura viene prima. Grecchi non deve accompagnarla né illustrarla: la osserva e reagisce a ciò che vede.

A un certo punto il processo si allarga anche a chi è presente. Viene scelta un’opera, poi una signora del pubblico viene coinvolta nella scelta di una nota, da cui il compositore comincia a improvvisare. In linea con l’hic et nunc del momento arriva una richiesta ‘insolita’: per quella particolare improvvisazione invita a non registrare perché quella musica rimanga fra le persone presenti.
In un tempo in cui quasi ogni esperienza viene fotografata o filmata mentre ancora accade, una musica appena nata viene deliberatamente sottratta alla possibilità di essere conservata.
La scultura rimane. Può essere nuovamente osservata, fotografata, incontrata nello stesso luogo, da sguardi diversi. La musica accade e ‘apparentemente’ scompare, ma l’eco resta dentro e continua a risuonare.
Da un’opera materiale ne nasce un’altra, effimera, determinata da quella scultura, da quella nota, da quel pubblico e da quel preciso istante.
Arte al Boutique Hotel Stresa: la “colonna sonora di una scultura”
Il passaggio forse più esplicito arriva poco dopo. Grecchi racconta di avere composto colonne sonore per le immagini, ma di non essersi mai trovato davanti alla possibilità di creare la «colonna sonora di una scultura». Chiede allora che l’opera venga fatta ruotare lentamente. La osserva cambiare prospettiva e comincia a suonare.
La definizione potrebbe sembrare un gioco. Vederne la costruzione dal vivo le dà un altro peso. Una forma tridimensionale e apparentemente immobile entra nel tempo della musica; il suo movimento modifica ciò che il pianista vede, mentre il suono porta chi guarda a soffermarsi diversamente sulla forma.
Non si tratta più semplicemente di mettere una scultura accanto a un pianoforte. L’opera di Meggiato diventa materia generativa per Grecchi. Un’opera che esiste già ne genera un’altra che fino a pochi secondi prima non esisteva.
La serata si chiude musicalmente con “A Day in the Life dei Beatles”, uno dei brani che Grecchi ha rielaborato nel suo progetto “Beatles Piano Solo”. Torna così, in una forma diversa, lo stesso gesto: partire da qualcosa che precede l’interprete e attraversarlo fino a trovare una propria voce.

Quando gli ‘opposti’ trovano un equilibrio
Dopo le sculture e il pianoforte, il dialogo sembra proseguire anche altrove. Nel momento conviviale compaiono accostamenti che sulla carta potrebbero sembrare difficili da conciliare: speck d’anatra con mousse di nocciola e lampone, oppure fregola con tartare di cozze, fonduta di toma, olio erboso e lardo di Colonnata.
Dopo una serata costruita sull’incontro fra elementi apparentemente lontani, viene quasi naturale ritrovare la stessa suggestione anche nei sapori. Una volta messi in relazione, ingredienti molto diversi smettono di opporsi. Nella fregola, in particolare, il contrasto trova un equilibrio sorprendente.
Resta soprattutto l’immagine iniziale, trasformata nel corso della serata. Una materia che può apparire fredda da lontano comincia ad attrarre quando ci si avvicina; i grovigli delle sculture acquistano un significato attraverso le parole di Meggiato, poi il suono apre un’altra possibilità.
La musica aggiunge infine qualcosa che la materia, da sola, non possiede: la possibilità di esistere una volta soltanto. Forse è lì che Art in Concert trova il suo senso più interessante. Non nell’aver fatto convivere due arti nello stesso luogo, ma nell’aver mostrato per qualche istante la nascita di un’opera effimera a partire da un’opera destinata a restare.
