CARLO MANGOLINI comunica il suo entusiasmo nei confronti del teatro e, in generale, della cultura già a primo impatto, vedendolo mentre ‘accoglie’ prima che inizi una serata al Teatro Romano di Verona. Quando si ha modo di dialogare con lui arriva la conferma di quanto impegno abbia profuso nel ruolo di direttore artistico dell’Estate Teatrale Veronese, conscio anche del fatto che sia un lavoro di squadra.
D: Facciamo una panoramica di questi cinque anni e di cosa ritiene di aver apportato lei…
«Sono stati anni un po’ complicati dal fatto di aver iniziato nel 2020 il pieno covid, anche se i primi due di pandemia mi hanno anche consentito di sperimentare proposte magari più innovative, con registi e artisti che pur approfondendo Shakespeare – che resta la cifra definitiva di questo teatro e della storia della città – lo hanno fatto con dei codici più contemporanei per parlare ad un pubblico più largo, cercando di intercettare anche i più giovani. Si sono avvicendati anche nomi molto popolari provenienti dalla televisione e dal cinema, con alle spalle qualità ed esperienza attoriale. L’altro aspetto che ho cercato un po’ di curare è stato mettere ordine nella programmazione creando una scansione per cui luglio è dedicato esclusivamente a Shakespeare per quanto riguarda il teatro, ad agosto ci siamo più concentrati sulla danza e nel mese di settembre abbiamo allargato la sezione dedicata al teatro classico, che era stata introdotta con la collaborazione con il teatro greco di Siracusa dal mio predecessore, il dott. Gianpaolo Savorelli, aggiungendo anche altri titoli. L’ultima cosa che potrei aggiungere è l’apertura verso la città. Nel tempo c’erano già stati dei tentativi, col mio staff ho cercato di farlo in maniera sistematica e ogni anno abbiamo individuato degli spazi diversi, funzionali magari anche a quegli artisti che volevano sperimentare. L’anno scorso, visto il tema della pólis, abbiamo programmato nel quartiere di Veronetta o qualche anno fa Fucina Culturale Machiavelli aveva proposto uno spettacolo di teatro sociale andando nei musei civici e per quest’edizione si è scelto il bastione della Maddalene per “Soirée Renato Simoni” di Luca Scarlini (15 e 16 luglio) e due spettacoli di danza “Shakespeare dream” (dal 19 al 22 luglio) e “Shakespeare Blood” (dal 25 al 27 luglio».
D: Qual è la cifra di questa edizione?
«Si mantiene una linea di continuità con quello che ho detto: da artisti molto amati dal grande pubblico come Francesco Pannofino, Giacomo Giorgio (conosciuto dai ragazzi soprattutto con “Mare fuori“) a grandi maestri del teatro come Alfredo Arias. Il nuovo triennio ha per tematiche i tre elementi: acqua, terra e aria per cui attraverso Shakespeare si potrà riflettere non solo sul cambiamento climatico, ma su tematiche molto sensibili che ci riguardano. In quest’ottica si inserisce l’ultimo lavoro di Marco Paolini (“Bestiario idrico” 21 e 22 settembre), il quale sta portando avanti una ricerca sui corsi d’acqua che andrà a costituire una sorta di mappatura evidenziando come tante città siano nate attorno ai fiumi ed è così che si toccano sia tematiche del presente ma anche la storia e la memoria. Sentivo la necessità di ‘usare’ Shakespeare anche per parlare d’altro, è un autore talmente immenso che dentro le sue opere si possono rintracciare tantissimi fili».
D: Confrontandomi con Giorgio Pasotti e Claudia Tosoni (nei panni di Desdemona) è emerso come in “Otello” si parli di femminicidio, di qui l’idea di incaricare Dacia Maraini di una nuova traduzione..
«Il tema del femminile è molto presente sia in questo “Otello” che nella “Lisistrata” con Lella Costa in cui si parla di guerra, ma anche del ruolo delle donne, di come possano fare la differenza anche in questi in questi contesti».

D: A proposito dei registi che sperimentano sappiamo anche che il pubblico va educato…
«Non abbiamo mai azzardato troppo, abbiamo sempre provato con delle proposte che parlassero a un pubblico più vasto e popolare, ma che non lasciassero distanti il pubblico più grande, lo zoccolo duro che viene da anni e che va rispettato e tenuto in considerazione. Ad esempio l’operazione dell’Amleto dello scorso anno si fondava in quel caso su un incontro generazionale tra Francesco Montanari e Franco Branciaroli. Quest’anno il “Riccardo III” interpretato da Maria Paiato (in precedenza lo aveva fatto ad esempio Elisabetta Pozzi) è molto interessante se si pensa che quel personaggio strumentalizza le donne, cerca anche di abusare di loro per cui è molto interessante vedere come, in un corpo femminile, questi temi possono prendere una nuova forma. Andrea Chiodi è uno dei registi che ho chiamato più volte, è stato anche due volte al Nuovo di Verona con “Gl’innamorati” di Goldoni e “Sogno di una notte di mezza estate” per cui è un regista che mi corrisponde perché lo trovo sempre molto rispettoso dei testi a cui contribuisce il lavoro a quattro mani che fa con Angela Demattè (i suoi adattamenti sono sempre di grande intelligenza)».

D: Non c’è solo da parte sua il richiamare, ma anche da parte degli artisti il desiderio di tornare
«Credo che anche l’identità di un festival passi attraverso gli artisti. Si parlava di Chiodi, ma potrei citare anche Serena Sinigaglia (venuta con “Le allegre comari di Windsor” ed “Elettra” e torna “Lisistrata” ) e non solo. Mi e ci fa molto piacere questa riconoscibilità da parte di alcuni artisti che scelgono il festival perché è un contesto meraviglioso dove debuttare in una delle città più belle d’Italia e dove trovano un pubblico che li riconosce come artisti».
D: Vuole dirci qualcosa su “La tempesta” diretta da Arias (produzione Teatro Stabile di Catania, Marche Teatro e Teatro Menotti)
«Torna a un testo che lo ha consacrato come grande regista europeo e quindi avere un monumento del teatro come lui a Verona è una gioia immensa. Graziano Piazza, all’epoca di quella edizione era direttore del teatro di Catania, oggi è protagonista dello spettacolo, le parole di Graziano nel dirmi che non avrebbe potuto farlo debuttare da nessun’altra e il testo in sé che si sposa con il tema hanno fatto il resto. È motivo di orgoglio che diversi spettacoli nascano qui e poi proseguano la propria vita in stagione come accade in questo caso, per l’Otello, Rosencrantz e Guilderstein sono morti …vuol dire anche portare il nome di Verona e del festival in giro per i teatri».

D: A proposito di sfide: arriva il primo musical con “Pimpa il musical a pois” (1 e 2 agosto)
«Devo dire che si sono incrociati i pianeti: è arrivata la proposta che mi sembrava giusta per il Teatro Romano e c’era da tempo un desiderio molto forte di parlare a questo pubblico. La regia è curata da Enzo D’Alò, che conosce bene quel linguaggio e poi il personaggio che ha presa è l’iconica Pimpa, che ha attraversato generazioni».
D: Come mai per la settimana di Ferragosto ha voluto i Trocks con “Les Ballets Trockadero de Monte Carlo“, che tra l’altro è pazzesco, ecco, come compagnia e anche come scelta, molto bello.
«È una bellissima realtà. Forte anche sull’esperienza dei Momix, in quei giorni così particolari si cerca di soddisfare anche i turisti. I Trocks sono una compagnia non solo qualitativamente di altissimo livello, ma anche leggera, per cui se vogliamo in quei giorni di Ferragosto, se uno vuole un po’ far festa, è lo spettacolo giusto ed è l’unica tappa in Italia».

D: Prima accennava a “Lisistrata” che è stato un grande successo nel debutto al Teatro Greco di Siracusa…
«La Fondazione Inda cerca, almeno con una produzione, di farla girare al di fuori di Siracusa, la tappa più tradizionale è a Pompei e da un po’ abbiamo questa bella collaborazione. Certo vanno riadattati allo spazio, in un’ottica di poter portare uno spettacolo che debutta al teatro greco in tournée, cosa che per anni era inconcepibile perché erano spettacoli unici, che nascevano e morivano lì. Sono due esperienze diverse: vedere lo stesso spettacolo a Siracusa o a Verona o al chiuso in teatro, qualunque esso sia, è differente. Ad esempio la “Medea” diretta da Tiezzi nel 2023 è stato il titolo che ha fatto più pubblico in assoluto a Verona, ma anche a Siracusa. Quando i registi devono adattarsi allo spazio del Teatro Romano (che è più vicino a quello che si potrebbe vedere al chiuso) dicono di provare un’emozione nuova perché vedere lo spettacolo che si è costruito in un modo in una nuova veste è sempre molto interessante per chi lo fa».

D: Carlo, qual è il suo prossimo futuro?
«A marzo ero ritornato a tempo pieno allo Stabile del Veneto (avendo concluso l’esperienza come direttore artistico al Teatro Romano, ma è stato richiamato dopo la rinuncia di chi era stato nominato, nda). La mia sfida sul futuro è l’Accademia Teatrale Carlo Goldoni, una scuola di teatro tradizionale, di cui sono stato nominato direttore nel 2023. Amo rapportarmi con le nuove generazioni dai tempi in cui ero a Bassano con OperaEstate Festival e le compagnie emergenti come Anagoor, Babilonia Teatri, Sotterraneo. Lavorare con le nuove generazioni è sempre stata per me la cosa più bella e sto cercando di rimodellare l’Accademia, guardando a dei modelli più europei e a un’idea di attore-autore, interrogandosi su come si sia evoluto l’attore oggi. È una sfida che mi appassiona molto. Per come sono fatto io l’esperienza del Teatro Romano era esaurita, credo profondamente che nuove energie portino nuove visioni e sento che gli obiettivi che mi ero prefissato per questa esperienza li ho raggiunti, tra cui il portare pubblico da fuori e non solo spettatori presenti a Verona e l’anno scorso siamo arrivati a cinquantamila presenze. Il riconoscimento ricevuto dal Ministero arrivando al secondo posto con questo progetto triennale ’25-’27 è un bel segnale anche di ciò che si è seminato in questi anni da tutta la squadra, costituita da pochissime persone che lavorano moltissimo».

