CINZIA SPANÒ è un’artista che ha alle spalle tanta formazione teatrale. Negli ultimi anni ha costruito un proprio percorso autoriale, ponendo al centro storie note da prospettive inedite e facendocene conoscere altre. «Il mio è un teatro che vive soprattutto di parola, ha anche l’intento [lo dice senza presunzione] di fornire tanti elementi cosicché il pubblico possa uscire con maggiori strumenti», ci spiega aggiungendo: «Credo molto nel rapporto che si crea con gli spettatori e le spettatrici dal vivo, ragionando con calma, magari per un’ora e mezza, mettendo via il resto del mondo e cercando di approfondire una tematica».
Dopo averla vista in “Tutto quello che volevo – Storia di una sentenza” abbiamo voluto approfondire con lei ciò che sta portando in scena e indagando.
Cinzia Spanò e “Tutto quello che volevo”
D: Durante lo spettacolo pone l’accento sulle parole e il loro peso. Qual è il valore e il peso della parole per lei come attrice e autrice?
«La frase che cito in quel monologo è presa dalla mistica ebraica e concerne l’importanza e anche il peso nel senso di responsabilità che le parole che utilizziamo mettono in atto. Riguardava in primis la scelta della giudice di scrivere una sentenza di questo tipo, riferendosi sia alle sue parole, ma anche a quelle delle autrici dei libri che lei indica come risarcimento del danno. Ha, però, una doppia valenza: l’importanza del personaggio, cioè la giudice, nell’utilizzare quelle parole, ma anche in qualche maniera dell’attrice-autrice che le riporta in scena, quindi di me come teatrante, che comunque sceglievo di raccontare questa storia piuttosto che un’altra. Quella frase lì fa un po’ da filtro e permette poi di attraversare la storia con questo senso di responsabilità che tutti abbiamo».

D: La dignità delle ragazze minorenni è il tema centrale
«Ho voluto, infatti, inserire anche quello che prevede la Costituzione in termini di diritti di tutti evidenziando come la dignità non sia qualcosa che ci si merita. La dignità appartiene a tutte le persone, qualunque sia stato il loro comportamento. Bisogna impegnarsi nel preservare quelli che sono i diritti umani».
D: In “Tutto quello che volevo” si fa riferimento a come i media abbiano raccontato di queste alunne di un liceo romano che si prostituivano dopo la scuola. Anche la scelta registica dell’occhio che diventa quasi un occhio di bue, rivelando, in seguito, un’inquadratura dall’alto fa riflettere tanto sul linguaggio scelto.
«Questo spettacolo nasce anche per questo motivo. Quando leggevo il caso di cronaca non ho avuto immediatamente la consapevolezza che la narrazione che stavano facendo utilizzasse termini sbagliati, che faceva vittimizzazione secondaria, victim blaming… E questo purtroppo accade in tutti noi che cresciamo in una cultura impregnata di stereotipi e prevalentemente sessista. Pian piano ho dovuto decostruire il mio sguardo. In questo percorso la sentenza è stato un passaggio fondamentale, perché quando l’ho letta, mi sono accorta di non aver visto prima tutta una serie di cose in quella narrazione che facevano i mass media; in più la giudice dedica una parte a questo affermando come quel tipo di racconto abbia inquinato la lettura collettiva della vicenda perciò mi sembrava importante riportarla. Noi (si riferisce anche a chi cura la comunicazione dello spettacolo, nda) chiediamo espressamente che l’espressione baby squillo non venga utilizzata ed è previsto anche dal Manifesto di Venezia, che regola la modalità con cui i giornali e i giornalisti devono riportare certe notizie. Non solo non è seguito nella cronaca o nella modalità con cui i giornalisti raccontano i fatti, ma non viene neanche utilizzato per parlare di uno spettacolo che denuncia quella stessa cosa. Quando vedo alcuni articoli di presentazione dello spettacolo leggi: lo spettacolo sulle baby squillo ed è assurdo accada nonostante l’ufficio stampa si raccomandi di non utilizzare certi termini. Spesso i titolisti sintetizzano per attirare maggiormente l’attenzione».

D: Immagino non sia stato semplice trovare un equilibrio tra la parte dell’abisso, un po’ più onirica, introspettiva, e quella di denuncia.
«Mi interessava molto capire come mai la giudice fosse arrivata a questa decisione. Il percorso non inizia nel momento in cui lei comincia a pensare la sentenza, ma, come si evince dallo spettacolo, tanto tempo prima. Il viaggio nel proprio mondo interiore ha implicato l’incontro con cose non piacevoli, dolorose, faticose da superare. La decisione che prende è importante guardarla da una prospettiva un po’ più ampia e lontana, infilandoci dentro il dubbio. Mi è sembrato bello restituire anche questa parte umana della giudice Paola di Nicola Travaglini, in un percorso anche per lei di consapevolezza e di costruzione continua».
D: L’ha incontrata?
«Prima di decidere di realizzare lo spettacolo le ho chiesto il permesso. L’ho contattata tramite l’Associazione Nazionale Magistrati. Abbiamo parlato anche perché avevo bisogno di capire come si svolgesse il lavoro di magistrata. Dialogando abbiamo scoperto delle affinità rispetto, ad esempio, a un determinato modo di vedere il mondo e al percorso in quelli che sono i diritti della donna. Posso dire che col tempo si è creata un’amicizia per cui il lavoro è frutto di questo rapporto che si è creato e di uno scambio che prevedeva non solo il suo consenso per mettere in scena la sentenza, ma anche la sua vita. È stata la prima lettrice della drammaturgia».
D: Arriva il rispetto anche nei confronti di queste ragazze, in particolare verso Laura (nome di fantasia, colei che era stata inizialmente più titubante quando l’amica le ha parlato di prostituirsi), di cui sottolinea il senso di protezione verso la madre. Le stesse intercettazioni, se non lo si sa (registrate con attori), lo spettatore crede che siano reali, il quale si sente sempre più coinvolto.
«Quella che emerge è una realtà molto diversa da quella che i giornali ci hanno raccontato perché queste ragazzine erano tutt’altro che smaliziate. Mi sembra che la sentenza e di riflesso lo spettacolo possano un po’ fare ordine e restituire anche giustizia a queste ragazze».

D: Mi auguro che essendoci anche degli uomini in platea abbiano avuto un contraccolpo e riflettano a riguardo, essendo una questione anche di educazione sentimentale…
«Ho ricevuto tanti riscontri. È uno spettacolo che ho fatto e continuo a fare in tutta Italia, non solo in teatro, ma giorni fa ero in una manifestazione organizzata dal CPO – Comitato Pari Opportunità degli avvocati e avvocate di Caltanissetta, assieme alle scuole, alla cittadinanza e alle istituzioni. Quindi c’era comunque il sindaco, il quettore, la presidenza del tribunale, le forze dell’ordine. Dà diritto anche a dei crediti formativi ciò significa che è stato riconosciuto come uno spettacolo che di fatto insegna non soltanto agli studenti, ma anche a chi si trova nelle aule di tribunale e deve in qualche maniera giudicare dei passi che riguardano violenza contro le donne o casi dove la violenza è nascosta e non si coglie a prima lettura, come il caso di prostituzione minorile di cui parlavamo. Mi auguro, quindi, che possa permettere a molti di creare anticorpi e affinare strumenti di lettura rispetto a vicende come questa».
Cinzia Spanò e la coerenza del percorso
D: Cinzia, pensando anche ai precedenti lavori, le va riconosciuta coerenza
«Ci proviamo. Anche nel lavoro che debutterà a maggio sempre all’Elfo Puccini, “Dentro la tela”, ho deciso di affrontare queste tematiche come le architetture patriarcali in una modalità molto diversa. Il titolo è ambivalente perché fa riferimento a un quadro-oggetto dello spettacolo, ma anche alla tela del ragno in cui la protagonista si ritrova suo malgrado. Guardando con distanza al mio percorso, sicuramente vedo un’unica coerenza anche tra diversi linguaggi, con delle sperimentazioni. Il filo conduttore non è una scelta a priori di temi, ma il poter approfondire questioni che in quel momento catturano la mia attenzione per un lato degli esseri umani».
D: Il tema deve avere qualcosa di vivo
«Esatto. In “Palma Bucarelli e l’altra resistenza”, anche se i fatti sono avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale, apparentemente non ha nessuna urgenza con quello che sta avvenendo oggi… ma io aggiungo fino a un certo punto in quanto si sollevano sempre delle tematiche universali».
D: C’è qualcosa in particolare che vuole che arrivi?
«L’altra resistenza si riferisce al fatto che durante la seconda guerra mondiale, mettendo a repentaglio la propria incolumità e, in alcuni casi, la vita in alcuni casi, hanno salvato delle opere d’arte. Un titolo che vuole dare grande peso a quest’azione che, in un periodo in cui la gente moriva e veniva deportata, può rappresentare una cosa un po’ a latere, in realtà fa parte della stessa energia e della stessa forza nel salvare quello che c’è di vitale di una popolazione. L’arte ha un valore oltre la concretezza di questa storia, è simbolico».
D: Rimanendo in tema di Resistenza, dal 24 al 26 aprile proponi “L’Agnese va a morire” dal romanzo di Renata Viganò. La protagonista dice: «Io sono vecchia, non ho più nessuno, ma voialtri tornerete a casa vostra, potrete dirlo, quello che avete patito, e allora tutti ci penseranno prima di farne un’altra, di guerra… E anche quelli che non erano niente, come me, saranno sempre compagni». Un passaggio che colpisce ancor più pensando alla contemporaneità
«Al centro c’è una vecchia lavandaia che, ad un tratto, ha uno slancio ed entra nella resistenza. Quella frase è molto significativa. Forse noi non ce lo ricordiamo bene come sono andate certe cose per cui è un monito, un invito a riflettere e anche a riguardare quelli che sono stati i passaggi che ci hanno portato a quella devastazione umana».

“Il condominio” e cosa rivela di noi
D: Cinzia, riallacciandoci all’inizio, anche nel primo lavoro riproposto in questa personale, ovviamente con tono diverso, torna la questione del peso delle parole che utilizziamo…
«Sicuramente “Il condominio” ha una cifra completamente differente, però è un’altra di quelle storie che mi piaceva raccontare. Può sembrare uno spettacolo solamente divertente, però, come ho voluto sottotitolarlo – una storia superficiale con qualcosa da dire – è una piccola parentesi che è nella nostra vita. Tutti abbiamo ormai una di queste chat o di un condominio più molesto di altri o legata all’ufficio o la chat delle mamme. Penso che analizzando questi scambi si possono ritrovare degli elementi che possono diventare molto significativi per vedere quelle che sono le dinamiche tra le persone e anche alcuni meccanismi che attuiamo anche noi in moto in maniera inconsapevole».
D: Nel corso dello spettacolo, in maniera molto acuta, viene sottolineato come il problema sia la felicità altrui e lo si fa parlando delle reazioni dei condomini nel sentire i rapporti sessuali dei vicini. Certo quando cita il caso di Foggia per cui si è andati davanti a un giudice, mi son chiesta: si arriva a tanto?
«È realmente andata così. È un’estremizzazione che però prende dalla vita vera. Così come, subito dopo, racconto di come, invece, passino totalmente inosservate le litigate e poi, l’attualità ce lo ‘insegna’, si arriva anche ad atti forti come il femminicidio e poi quando vengono intervistati i vicini di casa, allora dichiarano di aver sentito e non essere intervenuti».
Cinzia Spanò e uno sguardo sul futuro
D: Cinzia, ha preso parte a moltissimi lavori anche come scritturata. Oggi avrebbe voglia anche di associare quell’aspetto o vuole continuare solo coi suoi progetti in cui si inserisce anche Amleta (è tra le fondatrici di questa associazione di promozione sociale il cui scopo è contrastare la disparità e la violenza di genere nel mondo dello spettacolo)?
«Devo dire che il lavoro solo come attrice mi permette di esplorare qualcosa che è nell’immaginario di qualcun altro e questo non sempre converge con quello che interessa a me. In questo momento c’è il progetto di “Dentro la tela”, ho già un’altra idea che spero di concretizzare al più presto per cui credo di essere in una fase in cui il desiderio di esplorare tematiche e personaggi è ancora molto vivo. Adesso non mi vedo nel tornare a fare la scritturata, certo la lascio aperta come possibilità. Mi sento anche fortunata nel poter dire che questo mio percorso – ormai iniziato 7-8 anni fa – mi ha premiata nell’ardire, i miei spettacoli girano. Ho uno spazio che mi rende orgogliosa, grata, felice perché incontro il pubblico con degli spettacoli che per me sono fondamentali e sicuramente la collaborazione con l’Elfo è per me fonte di grandissima gioia… si può immaginare che quando ero una giovane attrice che frequentava ancora l’accademia, siamo tutti cresciuti con il mito dell’Elfo e oggi avere questa relazione – anche di vita perché sono tutte persone verso le quali nutro una stima artistica e umana – è stupendo».
D: Il 2 novembre è stato l’anniversario dell’uccisione di Pasolini (cinquant’anni). Dal 2002 al 2004 ha preso parte a “Pilade”, “Porcile” e “Bestia da stile” con la regia di Antonio Latella. C’è qualcosa di lui che rispetto al suo percorso Cinzia nel narrare le donne e questo nostro tempo ha senso e valore ricordare?
«Per me Pasolini è stato importantissimo essendo indissolubilmente legato a ciò che ho vissuto con Antonio e con tutti i miei colleghi, con alcuni di loro si sono create delle amicizie fraterne. Per ciò che mi riguarda Pasolini mi tocca anche sul senso di responsabilità rispetto alle cose che ha fatto, assumendosi da sempre dei rischi molto alti, pure nel dire delle cose impopolari, controcorrenti… credo sia tutto un po’ racchiuso nella sua frase: “La libertà, che è la mia forza, implica la solitudine che è la mia debolezza”. Questo per me è la lezione grande di Pasolini».
Sul sito ufficiale di Cinzia Spanò potete leggere il calendario degli eventi.
Ph cover: Mafalda foto
