Mentre si raggiunge l’HOTEL CHAPTER si osservano luoghi iconici, tra cui l’Altare della Patria. Uno sguardo cade sulle locandine fuori dal Teatro Argentina per poi arrivare, dopo piazza Cairoli con l’iconica fontana dell’acqua Paola, nella via di S. Maria de’ Calderari. Chi conosce già un po’ la capitale sa di essere tra Campo de’ Fiori e il ghetto ebraico, una posizione super strategica non solo per muoversi anche a piedi ma per sentirsi nel cuore di Roma senza il caos di una strada principale. Permetteteci l’azzardo: è come se si andasse a trovare qualcuno a noi caro, in un palazzo ottocentesco, che ci fa sentire a casa, in un ambiente che unisce vari secoli e si sposa con l’arte contemporanea. Il situarsi in una piccola via, con vetrate che fanno intravedere il bar interno e un portone curato che fa pensare a una casa, non intimorisce anzi accresce quella percezione di far parte per qualche giorno del quartiere.
L’interior design del Chapter Roma
Caratterizzato da uno stile sensuale e industrial – chic, è a firma del pluripremiato designer sudafricano Tristan du Plessis dello Studio A che ha dato nuova vita all’edificio del 1880.
Gli interni sono stati arricchiti con arredi di bronzo, boiserie bicolore e letti foderati in velluto rendendo Chapter Roma un ambiente sofisticato ed irriverente. La lobby e l’Hey Baby Bar sono decorati con opere contemporanee dell’ex collettivo statunitense Cyrcle, dello scultore altoatesino Willy Verginer e dell’artista capitolina Alicè (Alice Pasquini) e contribuiscono a creare un’atmosfera cosmopolita.

L’albergo, parte della rinomata collezione Design Hotels, offre 47 camere che incarnano perfettamente la visione di Chapter Roma: un mix provocatorio di minimalismo e dettagli d’impatto. Ogni stanza è volutamente priva di opere d’arte, concentrando l’attenzione su pochi elementi chiave. Tappeti vivaci e ironici si affiancano a soluzioni di arredo multifunzionali, come vanity che fungono anche da guardaroba, realizzati su misura da artigiani locali. Questo approccio al design crea un ambiente unico, dove l’essenziale si fonde con il glamour, e il contemporaneo dialoga con il classico, riflettendo lo spirito eclettico e innovativo dell’intero progetto.
Una pulizia di linee si somma alla coccola di preparasi un cocktail da sé nella tranquillità della propria camera a cui si accede con la classica chiave – una scelta di campo coerente che permette anche di entrare maggiormente in contatto con chi è in reception. Sempre più si sceglie uno specifico albergo perché faccia parte anch’esso dell’esperienza di viaggio.
Chapter Roma: il mix di anime anche nel ristorante Campocori
A proposito ancora una volta di arte e storia… Recupera e salva dall’oblio la memoria lontana della Chiesa di S. Maria in Campo Cori che nel Medioevo occupava l’area su cui sorge l’attuale albergo, successivamente demolita. Ispirato ai classici ristoranti italiani della New York anni ’30, e con gli interni progettati dal designer sudafricano di fama internazionale, Tristan du Plessis, Campocori è un luogo di piacere gastronomico dalle molte anime. Perfetto per il viaggiatore curioso, per chi è alla ricerca di un ambiente sofisticato tra boiserie, marmi e velluti e per chi ama un po’ di trasgressione e audacia, che si rivelano nelle opere di arte contemporanea presenti e nei preziosi dettagli della sala, giocati tra suggestioni minimal e colori vivaci.
Le finiture in metallo battuto rendono omaggio alle botteghe degli artigiani specializzati nella produzione del rame, i cosiddetti ‘calderari’, da cui prende il nome della via, S. Maria de’ Calderari, dove è situato Chapter Roma.
La gallery della cena, un’experience sensoriale
[aggiornamento ad agosto ’25] Il ristorante non è più sotto la guida dell’executive chef Alessandro Pietropaoli.
Intervista al general manager Jacopo Arosio
D: Come mai avete voluto sviluppare questo mix di contrasti?
«Tutto nasce, come nelle più belle storie, quando viene creato qualcosa che non esiste, da un’idea lungimirante di un giovane imprenditore romano, appunto Marco Cilia, founder e CEO di Chapter Hotels Italia. A un certo punto della propria vita, dopo aver lavorato all’estero per diversi anni (prima a Londra e poi negli Stati Uniti) viene chiamato dal padre affinché gli desse una mano – avevano anche un albergo di famiglia a Viareggio. Diversi amici di Marco gli chiedevano consiglio su dove soggiornare a Roma e la questione si poneva in particolare per chi non aveva un budget importante. Questo input insieme al background internazionale per cui aveva acquisito un dna sul lifestyle e più informale gli ha fatto immaginare il Chapter. La chiave vincente, secondo me, sta proprio nell’aver mixato questo stile informale al servizio da 5 stelle. Io provengo da una realtà di quel livello, abbiamo dovuto semplicemente entrare in un concept nostro mentale per cui il modo in cui noi trasmettiamo questo lusso è in una maniera molto più informale».
D: Da dove siete partiti?
«Uno dei primi passi è stato decidere di dare del tu all’ospite il che è di una difficoltà estrema perché devi capire quando lo puoi fare. L’idea mi venne dal fatto che tutti noi siamo abituati ad andare in un posto, magari a prendere il caffè la mattina, e quando entriamo c’è la persona che ci conosce e ci chiama per nome e quello automaticamente dà un senso di riconoscimento. Gli ospiti, soprattutto artisti, musicisti che vengono da noi, l’hanno apprezzato anche perché hanno visto come il livello di efficienza resti, al contempo, alto».
D: Come mai la scelta di affidare a Tristan du Plessis il restyling?
«Marco lo incontrò casualmente durante un viaggio a Nairobi perché Tristan stava seguendo un altro progetto e immediatamente capì che era il designer giusto per ciò che aveva in mente. Sempre lui sta seguendo Chapter Chianti, che apriremo prossimamente in Toscana, dove ci sono delle bellissime strutture con un imprinting molto toscano. Noi proporremo quel resort che non ti aspetti di trovare da quelle parti, sempre con il nostro dna Chapter (dall’entusiasmo che si avverte del progetto sembra proprio che sarà tutto da scoprire, nda)».
D: Jacopo come si è sposata questa cifra col palazzo ottocentesco?
«In un palazzo con un’importanza storica tale e in un quartiere molto caratteristico, fare un albergo super serio sarebbe stato, se vogliamo, forse un po’ banale. L’impatto da salotto restituisce familiarità e questo fa sentire a proprio agio sia gli ospiti stranieri che quelli italiani».

D: Avete aperto nel 2019 e poco dopo avete dovuto affrontare il problema del covid
«Mi preme dire che durante quel periodo non abbiamo perso nemmeno un dipendente con una grande attenzione da parte della proprietà. In più abbiamo continuato a investire perché inizialmente c’era il market, questo punto di ristoro principalmente aperto per pranzo dove si mangia qualcosa di salutare. Si è deciso di lavorare sia sulla terrazza che sul ristorante. Vista la questione del distanziamento siamo partiti dalla prima, in stile messicano (Marco a New York lavorava per un gruppo messicano per cui cultura, sapori e colori gli erano rimasti in mente), dandole una definizione molto ben precisa: il cibo viene preparato su un’ape. Nel novembre del 2023 ha aperto Campocori sotto la guida dello chef Alessandro Pietropaoli».
D: Si nota un bel via vai anche di giovani, questo perché voi siete riusciti ad aprirvi alla città sdoganando un cliché ancora molto forte in Italia
«La terrazza Hey Güey, il bar al piano terra Hey Baby sono aperti a tutti e quest’ultimo così come il market hanno l’accesso diretto dalla strada.

All’estero e anche a Milano si può andare in hotel per bere qualcosa, da Roma in giù è una mentalità ancora un po’ difficile da cambiare. Non è casuale che il ristorante abbia il proprio numero civico, anche per mettere a proprio agio i cittadini e invogliare ad entrare.Il fondale del bancone bar è un’opera pittorica colorata dell’ex collettivo americano Cyrcle».

D: Per cosa si caratterizza quest’ultimo?
«Mixology internazionale tenendo tanto anche ai cocktail italiani. Il nostro Alessandro Gosti propone delle masterclass per cui l’ospite può scegliere se seguirla sui cocktail internazionali o su quelli italiani (e ne abbiamo inventati). È bellissima l’idea che qualcuno possa arrivare dagli Stati Uniti ad esempio (è il nostro mercato principale) e non ha mai bevuto un Campari shakerato o un negroni fatto per bene e si possa essere guidati nell’experience. In più in camera, col bar corner, tramite un qrcode prima vengono spiegati gli strumenti a disposizione e poi ci sono le istruzioni su come preparare i cocktail iconici.

Sempre nel nostro mood di accoglienza e, allo stesso tempo, avvicinare con tatto a ciò che proponiamo: intorno alle ore 18-18:30 una persona del bar sale offrendo un piccolo shottino del cocktail del giorno, proprio con la speranza di invogliare nell’andare al bar e confrontarsi con Alex – il confronto è il momento più bello».

D: Concludiamo con le opere d’arte con cui avete voluto caratterizzare Chapter Roma
«Le opere presenti sono importanti e fortemente volute. Il murales dietro il bancone del bar è un’opera di un duo californiano che nel frattempo si è sciolto, ma era divenuto famoso anche per aver fatto un murales nella casa degli Obama. Il dipinto di Alice Pasquini è l’unico suo indoor ad oggi, lei dipinge visi di donna e solamente outdoor.

All’ingresso l’opera “Where has the stockbroker gone” del visionario artista altoatesino, Willy Verginer, un uomo seduto su due barili di benzina, incorniciato dalle pareti con mattoni a vista.

In giro per l’hotel ci sono i graffiti di Warios, tra cui la splendida scalinata che porta al piano interrato (dov’è presenta la toilette, un’opera d’arte, nda)».
Le dichiarazioni del fondatore Marco Cilia
Sono fiero del progetto Chapter Roma e di averlo realizzato nello storico rione Regola. Volevo un luogo dove gli ospiti potessero sentirsi accolti e vivere la città come noi romani. Ci si può rilassare sul rooftop panoramico dal sapore messicano presso l’Hey Güey e cenare al Campocori, il nostro ristorante fine dining al piano terra, che invece ricorda i supper club degli anni 30, locali che offrivano una cucina raffinata a prezzi accessibili, posti da vivere in ogni occasione.

Le camere hanno uno stile eclettico che si ispira al design contemporaneo. Per questo progetto ho voluto coinvolgere diversi artigiani romani che sono riusciti con la loro abilità a realizzare pezzi su misura molto elaborati. Il successo di Chapter Roma mi ha dato l’entusiasmo di portare avanti altri nuovi progetti con lo stesso spirito di accoglienza un po’ irriverente e rilassato.
