Dolcezza e determinazione traspaiono dalla voce di LUCIANA DI BELLA quando si dialoga con lei e dentro di sé si hanno ancora le vibrazioni percepire così come i viaggi fatti ascoltando i brani di “Lullaby”. «Non è solo un album e un concerto, ma è soprattutto un luogo, un rifugio, una bolla spazio-temporale, un altrove dove verrete accolti attraverso un viaggio emotivo senza precedenti» così lo descrive l’artista.
Luciana Di Bella ci fa entrare nel mondo di “Lullaby”
D: Ci sono brani originali ma anche rivisitazioni di grandi classici come Summertime. Da cosa ti sei fatta guidare nella creazione e come si è sviluppata la collaborazione con Massimiliano Pace (pianista, compositore)?
«La linea guida è stata il cuore, direi proprio i brani più amati, quelli che mi generano sensazioni, emozioni e ricordi sia consci che non. Ovviamente ci sono anche i componimenti di Massimiliano e quelli scritti da me».
D: C’è anche il testo in latino di Giovanni Pascoli… è bellissimo questo mix tra qualcosa di super popolare e il ricercato. Non è semplice trovare l’equilibrio
«Descrivo questo fenomeno che si è manifestato in cui tutto si incontra cultura pop, classica, la letteratura senza confini perché in fondo la nostra mente nella notte viaggia appunto senza confini. Le boundaries, come si direbbe in Inghilterra, si annullano, per cui è una sorta di turbinio di tutto ciò che per me e per noi rappresenta qualcosa. Ad esempio all’inizio di “Lullaby” il mito di Aracne narrato da Ovidio con le parole sussurrate oppure l’incantesimo cantato dal coro nel primo pezzo dell’album dietro cui svelo una curiosità: cercavo un reale incantesimo, ma non sono riuscita a trovare qualcosa che fosse adeguata e allora a quel punto sono diventata la ‘strega’ della situazione e l’ho creato io dando vita a qualcosa di potente e ancestrale. Queste paure, un po’ alla Stranger Things, si manifestano ed entra in campo questa sorta di preghiera e incantesimo per sconfiggerle».
D: Ha avuto dei riscontri anche dai bambini?
«L’episodio più bello è capitato durante un concerto in cui stavamo eseguendo “Wiegenlied”, la più famosa ninna nanna del mondo occidentale scritta da Johannes Brahms. Avevo quasi il timore che potesse non emozionare oppure potesse essere considerata noiosa per quanto è nota e, invece, quando l’abbiamo fatta dal vivo, alla fine si è elevato il brava urlato da una bambina di 4 anni. Ha fatto esplodere, a parte una risata di tutto il pubblico, un applauso ed è stato potentissimo».
D: Tra le proposte nell’album c’è “Butterfly” basato sul ‘coro a bocca chiusa’ di Giacomo Puccini tratto dall’opera “Madama Butterfly”
«Massimiliano è un grandissimo pianista classico. Lui nasce come concertista, ha vinto concorsi importantissimi e poi si è dedicato alla composizione, anche con il dissenso della famiglia che aveva coltivato un’altra idea. Ecco il suo bisogno di libertà ha fatto sì che si dedicasse alla creazione in cui va senza freni. In lui si incontrano tantissimi linguaggi per cui in questo ci siamo assolutamente trovati. Io sono soprano, cantante jazz e pop… dico sempre che sono una suonatrice di voce».
D: Non ama le definizioni, ma questa che ha trovato per lei le calza a pennello
«È anche quello che insegno ai miei allievi: sei uno strumento, il più bello e complesso perché in quel momento convergono tutti gli aspetti della persona, sia fisici che emozionali e mentali. Il canto diventa un elemento quantico poiché mette insieme tutte le dimensioni di una persona, anche quelle più elevate. Noi diventiamo un tramite di qualcosa che è molto più elevato e grande».
Il percorso di Luciana Di Bella e come si intreccia con “Lullaby”
D: Luciana, quando si è sentita uno strumento nel senso più alto del termine, come spiegava proprio lei?
«Probabilmente sempre. Ho iniziato a tredici anni, quasi ‘costretta’ anche per superare dei limiti caratteriali. La mia timidezza non mi permetteva di pensarmi minimamente cantante, immaginavo che avrei fatto l’archeologa o la giornalista. Avevo, però, un istinto vocale che notavano tutti. Mia madre mi dice sempre: “tu hai parlato tardissimo, ma hai cantato a un anno”. Faccio quindi qualcosa che per me è istintiva, a cui ho associato un percorso di crescita con gli studi, le scelte. Il canto mi ha insegnato a conoscermi di più. Per tornare alla domanda direi strumento vocale sempre, anche nel momento in cui non ho accettato i limiti che l’accademismo mi imponeva perché prima ho studiato jazz, poi classica in conservatorio. Quando mi si domanda chi sia in una logica tradizionale allora mi definisco soprano».
D: Soprattutto nella forma mentis italiana si cerca di catalogare
«Purtroppo sì, anche se per fortuna oggi ci si sta aprendo maggiormente. Per quanto mi riguarda, dopo gli anni londinesi, mi sono liberata delle ‘etichette’ e mi son detta che posso esistere così come sono. Comprendo che possa risultare un linguaggio difficilmente categorizzabile. In realtà basterebbe ascoltare. Quando qualcuno mi dice che è ignorante, a me non interessa e anzi invito a fidarsi delle proprie orecchie, non di quello che dicono gli altri, non bisogna per forza ubbidire a una regola».
D: Ascoltando “Lullaby” sembra quasi di essere cullati
«L’obiettivo è quello di fare un viaggio dimensionale e in questo la mia voce ha un potere evocativo [ci tiene a precisare che non lo dice con supponenza, ma è qualcosa che le è stato riferito]. Io descrivo sempre Massimiliano come un artista capace di traslare in musica le emozioni, ma anche di ‘metterti le mani dentro’ e costringerti a emozionarti. A un certo punto la musica fa quel movimento che ti sorprende e non controlli quello che succede dentro di te. Mi è capitato anche in esecuzioni di viverlo su di me: c’è un brano che non è nel disco, sarà nel prossimo, ecco a un certo punto mi interrompevo perché non riuscivo ad andare avanti».
D: Non è così scontato che capiti anche a chi ‘esegue’
«Ho dovuto lavorarci anche dal punto di vista sonoro per riuscire a evitare quello scatto di emozione che arrivava in quel momento. Tocca tanto perché è potentissimo, Massimiliano lo ha dedicato alle donne afghane che combattevano il regime».
D: Luciana vedendo degli estratti dal live avete utilizzato delle immagini. Può dirci di più?
«Nella seconda parte del concerto il tema diventa un po’ più dark e più drammatico. In “Offesa e morte” inizialmente si vedono delle sculture su cui cade della neve e, quando si entra nella parte intensa, appaiono i volti dei deportati di Auschwitz. Immediatamente dopo abbiamo legato un video su Gaza in cui un bambino passa tra le macerie per cui l’innocenza violata».
D: Non è sicuramente ciò che ci propinano i telegiornali
«No, assolutamente, si tratta di video art creata da Massimiliano che ha anche questa capacità».
D: Quali saranno i prossimi appuntamenti dal vivo?
«“Lullaby” sarà al Segesta Teatro Festival il 4 agosto e stiamo definendo le date per la stagione 2026-’27 al Teatro Pirandello di Agrigento diretto da Roberta Torre che è entusiasta di questo progetto. Va considerato che si tratta di una produzione dal basso: noi abbiamo creato, stiamo crescendo con le nostre forze e quindi speriamo di poter diffondere il più possibile».

D: Come si può educare il pubblico e avvicinare ad esperienze così?».
«Il rischio è che la gente diventi quello che viene detto, ma non è così. L’essere umano ha un potenziale infinito, nel male ma anche nel bene. Il coraggio di cercare quella parte che magari è meno ruffiana ed è, invece, vera paga. Vedo quello che succede in un concerto e la potenza anche solo di un suono. Può anche non esserci un testo, ma il semplice suono della voce può aprire un dialogo al di sopra di tutto ed è lì che bisogna insistere. Bisogna crederci».
D: Proprio perché ha ascoltato è nato “Lullaby”
«È nato tutto da un episodio, ero a un party del primo mese del figlio di una coppia di miei allievi e stavo raccontando che spesso e volentieri bimbi molto piccoli, compresi quelli che non conoscevo, venivano in braccio e dopo pochi minuti dormivano».
D: Perché cantava?
«No, anche senza intonare nulla. Ho avuto una sorella più piccola e già a dieci anni ho iniziato a cantare per lei per addormentarla, per calmarla, ma anche per giocare. Evidentemente questa cosa ha forgiato un ‘piccolo potere’ di cui non ero consapevole. Nel tempo ne ho fatto esperienza varie volte, ne ho parlato con Massimiliano proponendogli un album di ninna nanne».
D: L’incontro con lui, però, c’era già stato?
«Ci siamo incontrati dieci anni prima dell’inizio di tutto questo, a Palermo dove stava lavorando in teatro con una mia amica e collega cantante. Ci ha presentati e siamo rimasti in contatto auspicando di fare qualcosa insieme. Quando c’è stato il covid credo che in ognuno di noi si sia accesa una fiammella, scoprendo che il qui e ora è importantissimo e che bisogna fare e non semplicemente desiderare o pensare. E così ci siamo visti iniziando a lavorare in maniera molto serena e abbiamo visto che i nostri mondi si incrociavano perfettamente. È stato un meccanismo che ha generato tantissima bellezza e ancora ne genererà».

D: Penso sia giusto coltivare nel momento in cui si trova
«Vero e poi io credo che le cose arrivino nel momento giusto. “Lullaby” è un album di esordio ma dove dietro ci sono tra me e Massimiliano settant’anni di esperienza e, infatti, ha un linguaggio definito».
D: Rispetto all’intercettare, non avete mai avuto timore che potesse non essere compreso tutto il lavoro che c’è dietro?
«Probabilmente abbiamo realizzato qualcosa anche troppo bella per quest’epoca, in cui diversa produzione musicale è improbabile anche a livello estetico, oltre che musicale e/o di messaggio. Sono sicura che ci sia anche musica meravigliosa, che però non ha magari la forza di essere conosciuta da tutti anche per motivi distributivi. Forse “Lullaby” potrebbe risultare troppo impegnativo per delle orecchie disabituate, ma proprio per questo ci deve essere la spaccatura. Mi spiego meglio: se a me non va quello che sta accadendo, devo fare qualcosa e allora devo avere il coraggio. Aggiungerei anche che il pubblico non va sottovalutato».
Luciana Di Bella e Massimiliano Pace e la collaborazione con Corrado Augias
“Il mio Novecento” è teatro civile e narrazione appassionata, un racconto che attraversa guerre e ricostruzioni, utopie e disillusioni, progressi e drammi collettivi. Ogni tappa diventa occasione per comprendere meglio non solo il secolo passato ma anche il presente che da esso discende. Regia di Enrico Zaccheo.
D: Che tipo di contrappunto fate alla narrazione di Augias?
«Eseguiamo dei brani rappresentativi dell’epoca di cui racconta. Apriamo con “Je t’attendrai” degli anni ’30, che ha voluto lui. Quando ci siamo incontrati disse con una tenerezza incredibile: “mi innamora”. Mi è rimasto impresso».
D: Pensando anche ad alcuni temi trattati nel vostro album, c’è stata una consonanza con il teatro civile di Augias?
«È un punto di incontro fortissimo».
D: Quando sono previste le prossime date?
«All’Europauditorium di Bologna il 17 aprile, al Regio di Parma il 20 maggio e il 16 giugno al Teatro Romano di Fiesole».
Luciana Di Bella rivela come la musica possa curare
D: Nella presentazione dell’album fa riferimento all’esperienza di stalking che ha subito. È molto importante che abbia voluto condividerla, anche sublimarla attraverso l’arte.
«È stato un processo lunghissimo. Adesso è un tema conosciuto, dibattuto, non risolto perché ancora siamo lontani. Quando è successo a me c’era una cappa per cui era difficile parlarne senza sentire frasi sbagliate.. come ad esempio “sì però tu te lo sei scelto” o ancora “ma tu così veglia come sei potuta cadere in una cosa del genere?”. Questa è la domanda che ti fa chi non ha idea di quel meccanismo infernale che si genera. Io ho impiegato del tempo, però poi ho capito che è una cosa di cui parlare, non solo per liberarmi io, ma anche per gli altri».
D: C’è uno specifico brano che associa?
«No, un po’ tutti i brani. La musica è diventata il posto dove io stessa negli anni mi sono rifugiata. Potrei dire che in tutto quello che eseguo c’è anche il mio riscatto. Io ho combattuto, ho vinto, ho denunciato in tempi in cui si era agli inizi. Il mio caso andò un po’ a cavallo tra quando ancora non era reato perché era considerato solo violenza privata a quando poi è diventato un fatto, quindi proprio uno stalking con tutte le aderenze del caso. Ai miei tempi mancava il linguaggio pure alle forze dell’ordine. Denunciai, sostenuta da mia madre, perché mi trovai veramente con le spalle al muro».

D: Si è sentita sostenuta almeno da lei
«Sì perché comunque la mentalità tendeva a lasciare stare; invece è stata proprio lei a dirmi che non c’era più tempo da perdere. Dopo più di un anno, tanto che pensavo fosse andata in prescrizione, la polizia mi ha comunicato che era iniziato il processo perché questa pratica era finita nelle mani di un PM che si occupava proprio di violenza di genere e che aveva fondato la prima associazione antiviolenza in Sicilia. Sono stata fortunata pure durante il processo perché il giudice è stato rigorosissimo e ha mostrato un’attenzione assoluta a tutto. Soprattutto non era accondiscendente col mio stalker – quando questa persona faceva le battutine spocchiose perché era certo che avrebbe vinto il processo – e mi ha protetta».
D: È andata a Londra per ricominciare?
«Avevo bisogno di ritrovarmi e per ritrovarsi bisogna perdersi. Adesso mi rendo conto di essere stata molto forte».
I prossimi progetti di Luciana Di Bella
«Con Massimiliano Pace stiamo lavorando al secondo album. Ci tengo a continuare con l’insegnamento musicale. Sto scrivendo delle novelle ispirate a delle storie vere accadute in Sicilia, dialogo coi personaggi che sono sgorgati e spero di pubblicarle prima o poi».
Ph cover: Riccardo Lopez
