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Artisticamente Magazine

Marcello Prayer: «Il teatro è un atto di vita, non solo di rappresentazione»

Marcello Prayer: «Il teatro è un atto di vita, non solo di rappresentazione»

Tempo di lettura: 10 minuti

 

Abbiamo incontrato MARCELLO PRAYER il giorno in cui il covid ha fatto ulteriormente capolino all’interno della compagnia, che stava cercando di resistere con tutta se stessa; ma quando uno dei due poli centrali del focus (in questo caso Alessio Boni, pur con le mille accortezze) è risultato positivo, la regola ha voluto che le repliche fossero sospese. Il covid-19 viene considerato «una causa di forza maggiore per cui dovrebbe intervenire il governo, non la produzione», ha affermato con fermezza l’artista, denunciando come, ancora una volta, la categoria dello spettacolo non sia tutelata – basti pensare alla chiusura dei teatri durante i lockdown e ai due anni in cui questo virus ha cambiato le nostre vite. Ci teniamo a contestualizzare perché possa trasparire anche il loro stato d’animo al momento del dialogo.

D: «Errare», «maraviglia» e «melanconia» vengono usate nella vostra versione e hanno una specifica radice. Cosa le suggeriscono in quanto artista e uomo, nel suo percorso professionale e in questo momento storico-culturale?

«Errare mi trasmette una vaga sensazione, sento un fil rouge con i comici dell’arte, sono tutti cavalieri erranti, degli innamorati… il mitico carrozzone, sono quegli erranti che lavorano per la maraviglia e al tempo stesso scivolano nella melanconia di ciò che hanno appena lasciato. Per poi tornare ciclicamente a errare, ri-meravigliarsi e a ri-scivolare nella melanconia. È un ciclo che oserei dire organico».

Marcello Prayer Don Chisciotte

D: Il primo incontro con Aldorasi è avvenuto con Gesualdo da Venosa?

«Il primissimo c’è stato in occasione de “La guerra di Kurukshetra” di Giorgio Barberio Corsetti; da lì mi ha proposto il progetto su Gesualdo da Venosa, madrigalista del ’500, un uomo di grande innovazione, nutrito da questa febbre sul suono, su vocalità e coralità che mi appartiene per formazione. Venne Alessio a vederci, da lì poi è nato il quadrivio con il ‘debutto’ de “I Duellanti”. Oggi, a distanza di 6 anni, possiamo parlare di una nostra poetica, in cui valorizziamo molto l’azione corale, non solo dal punto di vista scenico, ma quella realtà formata da più specialità tecnoespressive, dal macchinista a tutti. Ciascuno mette la propria firma, sono quei pesi all’interno della composizione del quadro della poetica che cerchiamo di mettere in atto».

Marcello Prayer Gesualdo da Venosa
“In flagrante delicto” di Gesualdo da Venosa

D: Come la definirebbe?

Errando, meravigliarsi, in coda di melanconia.

D: A proposito delle funzioni, di cui avete accennato in conferenza stampa, qual è la sua sul piano drammaturgico e registico?

Più che funzioni, direi che ci distribuiamo compiti. Riguardo alla funzione è relativa alla macchina che andiamo costruendo, a seconda del progetto, pezzo dopo pezzo. Se non ci fosse un impianto di questo tipo e avessimo dovuto fare sostituzioni tradizionali, forse ci saremmo dovuti fermare prima. Paradossalmente stiamo scoprendo anche noi che abbiamo creato un tipo di ‘macchina’ che offre possibilità di salvezza dentro la follia di una volontà».

D: «Cos’ha scoperto durante il lavoro su questo romanzo?

Sono stato formato ‘soldato’, per me il teatro è azione pura, è quello spazio concreto, non effimero, che coinvolge diverse maestranze qualificate per cui la scelta dei progetti è di ‘pretesto’ perché è la magia del teatro dove parti da uno spazio vuoto, come ci insegnano Peter Brook e Orazio Costa Giovangigli, e da lì deve nascere il sogno, la visione – per dirla con Dante -, che è una domanda dentro l’altra, non c’è mai una risposta di conseguenza è una tensione costante lo sforzo di una presenza continua sul piano della scrittura scenica.
Gli incidenti che sono avvenuti in quest’ultimo periodo hanno obbligato la serialità delle repliche a essere sempre vive e quindi a essere presenti. Ecco il teatro deve tornare a questo, è scomodo di natura, non c’è niente di sicuro, ora puoi fare e, nello stesso tempo in cui fai, puoi non fare più…per cui, nel momento in cui accade il segno, è irripetibile, non è più replicabile.

Marcello Prayer Don Chisciotte

Don Chisciotte” è la materia prima teatrale, non è un testo chiuso – non è Ibsen -, è un romanzo da cui è stata tratta la drammaturgia, che in maniera più specialistica chiamiamo scrittura scenica. Il testo goldoniano per eccellenza,  “Arlecchino servitore di due padroni”, dimostra che se si taglia una battuta è un problema poiché è costituito da tasselli e incastri. Tutto ciò che è scritto è intimamente legato a doppio-triplo nodo. Con la materia del romanzo sussiste una maggiore libertà nella scrittura scenica e qui torniamo a Shakespeare dove le battute venivano improvvisate e quindi si costruiva nel tempo fino al testo ‘definitivo’ passato agli altri. Virtualmente e forse anche un po’ inconsciamente stiamo attuando la metodologia shakespeariana, dove ogni attore aveva la sua parte per cui l’autore metteva insieme e ciascuno aveva il suo personaggio dentro un soggetto totale… poi loro erano velocissimi, ciò che noi oggi fatichiamo nel fare sostituzioni, all’epoca era all’ordine del giorno».

D: Dopo questi quattro mesi di drammaturgia, come avete proseguito?

«Dopo il testo consegnatoci da Niccolini, c’è stato un anno di preparazione, i quattro mesi sono serviti ad affinare il lavoro precedente e sono avvenuti prima della fase esecutiva affinché arrivasse il testo teatrale ‘tradizionale’ a tutti i reparti. Non produciamo mai un testo finito all’ inizio delle prove, anche perché cerchiamo di scrivere In base a chi coinvolgiamo».

D: In merito al suo ruolo principale, come lo sguardo di Alessio Boni e Roberto Aldorasi l’hanno aiutata?

«Qui c’è il bello della progettualità: quello che vado a compiere è la funzione. È da un po’ di tempo che non ragiono sul personaggio, che è relativo, cosa dovrei dire del curato o del cavaliere degli specchi? La mia è una funzione di drammaturgia. I due cardini principali sono Chisciotte e Sancho Panza, il resto sono tutte funzioni essenziali per far esistere loro due perché la visione parte da loro; il resto è cartapesta, con tutto il rispetto, la dignità e la creatività, ma siamo tutti funzioni di narrazione».

Marcello Prayer Don Chisciotte

D: Esiste un’avventura che la rammarica di non essere riusciti a inserire?

«Sono spietato: no, perché altrimenti ‘impazzisci’. Volendo giocare per paradosso: manteniamo lo stesso impianto scenico, lasciamo solo i mulini, sarebbe interessante cambiare gli altri episodi, anche per verificare la drammaturgia… solo che dal punto di vista produttivo sarebbe oneroso; dal punto di vista pedagogico sarebbe bello».

D: Don Alonso Chisciano decide di chiamarsi Don Chisciotte della Mancia, dimostrando anche un legame con la sua terra. Lei, Marcello, si è mai sentito nemo propheta in patria?

«Ho riflettuto tantissimo su questo aspetto, ma va anche detto che non ho avuto il coraggio di rimanere nella mia terra e da lì partire e tornare. Sarebbe troppo facile che mi auto-denunciassi come nemo propheta in patria; trattiamo Don Chisciotte e il coraggio consiste anche nel rimanere nel proprio luogo di origine per poi coltivare i propri sogni, giusto?».
Potrei permettermi di affibbiarmi quell’espressione se fossi rimasto in terra mia, senza alcunché di risultato per una vita. Non posso accusare di non avermi riconosciuto. Sono fortunato perché faccio ciò a cui tengo e porto avanti, per compito ricevuto, una disciplina che non ha bisogno di un’identità territoriale».

Marcello Prayer Don Chisciotte

D: Alla luce di questo, qual è il suo rapporto con le radici?

«Non posso non riconoscere che sia un po’ conflittuale. A proposito di errare, mi è mancato di partire dalla mia terra e tornarci, ma la vita mi ha portato ad avere due figli nati a Firenze per cui vivo questo conflitto: qual è adesso la mia origine? Chiaramente resta dove sono nato, ma la mia terra sono i miei figli…»

D: Quindi la sta ponendo sul piano dei rapporti che si sono costruiti?

«Sì. A Conversano (BA) c’è la mia famiglia, ci siamo ancora tutti e questo è già un grandissimo miracolo… la Puglia è una terra meravigliosa, ricchissima da tutti i punti di vista, dinamica – basti pensare all’Apulia Film Commission, realtà importantissima a livello internazionale.
Ho avuto la fortuna di incontrare il nostro maestro (di Alessio e mio) quando fu fondata a Bari, nel 1985, la scuola dedicata interamente al suo metodo. Da quei tre anni, sono stato tra i due fortunati che Costa si portò con sé a Firenze, fornendoci un’ulteriore formazione di pedagogia, oltre che di strumenti ricevuti come attore. In più ho vissuto gli ultimi 14 anni, ero nella rosa intima dei suoi allievi e assistenti».

Marcello Prayer Gesualdo da Venosa
“In flagrante delicto”

D: Follia consapevole e l’Amleto di Costa…

«All’epoca ero collaboratore di Costa. Lui è stato un bellissimo Don Chisciotte, non è mai riuscito a mettere in scena nell’arco della sua densissima vita espressiva “Amleto”, quando Musatti gli ha assegnato l’ultima classe e lì ha avuto il coraggio, a più di ottant’anni di prenderlo in considerazione tanto da farne lui stesso l’intera traduzione, con accanto il Tommaseo, l’enciclopedia britannica e la visiera del tennista. Dovevamo scendere a Roma, lui abitava sopra il Teatro della Pergola, quando vidi l’orario, andai da lui ad avvisarlo [imita la voce del maestro] e mi chiese di finire la battuta. Dalla mia parte vidi il tulle tondo dei confetti per terra, ebbi la sciagurata idea di dire tra me e me: vediamo se se ne accorge. A un tratto si alza, venne verso di me e mi disse: “Marcello, ma che cos’è questo?”… mi aveva già letto dentro: si piegò, lo prese, me lo mise davanti agli occhi, ci soffiò sopra e disse: “La luna” e siamo andati a prendere il  treno. Questo è l’“Amleto”».

D: Non avete mai pensato di metterlo in scena?

«Tutto è possibile, anche se è un argomento difficile. Sicuramente sarebbe simpatico che magari nascesse una coalizione di saudage dove gli allievi di questa ultima classe tipo Alessio Boni, Pierfrancesco Favino, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Sandra Toffolatti,… si unissero per omaggiare un fatto storico abbastanza importante che non ha avuto modo di esistere, se non in forma di studio a tavolino, all’epoca… è un desiderio, però deve sorgere spontanea la necessità, è un fatto di una condivisione di un’altra età che hai avuto, ne riconosci oggi il valore che ti ha lasciato e vorresti rendere onore ritualmente.
Sarebbe bello, ma è difficile riunire queste qualità di strumenti e sarebbe necessario che ciascuno, nella propria vita, dovrebbe riuscire a trovare lo spazio di condivisione di una cosa avvenuta per rinnovarla e passarla… magari, ma poi devi fare i conti con la realtà».

D: Orazio Costa diceva: «Il teatro è una delle poche strade rimaste all’uomo per salvarsi».

«Concordo, lo è dimostrazione quello che, nel nostro piccolo, siamo riusciti a compiere come sforzo di riallestimento e di tenersi vivi, giorno per giorno, perché non sai se la replica del giorno dopo la riuscirai a fare o meno.
A me ha salvato tante volte la dicitura a cui appartengo, da turbe depressive perché è un atto di vita, non solo di rappresentazione. Lo spettacolo dal vivo è sacro perché avviene realmente lì per lì, non è un fatto registrato.

Marcello Prayer Don Chisciotte

Spesso quando mi occupo di montaggio del suono per tenermi in allenamento, ho un archivio di suoni, però, su ogni progetto a cui mi approccio, evito di attingere a dati raccolti anni fa, ho bisogno di ‘morti freschi’ perciò realizzo le campionature nuove e su quelle vado a scrivere.
In questo momento siamo dei ‘morti freschi sospesi’, siamo riusciti almeno a debuttare e a resistere fin dove abbiamo potuto e a vivere, questo è “Don Chisciotte”».

D: Secondo lei è una delle poche strade anche per lo spettatore?

«Sicuramente. Abbiamo delle esigenze di cui abbiamo necessità di condivisione, a mio avviso, la società umana ha sempre bisogno di un’agorà, che sia in una forma o nell’altra, non ci è dato di saperlo in quale società ci andremo a trovare. Personalmente, essendo classe ’65, paradossalmente, da una parte, non faccio più parte del contemporaneo; dall’altra giocosamente e presuntuosamente, non mi sento di avere 56 anni e quindi mi sento eternamente contemporaneo».

Marcello Prayer
“L’estate perduta” Ballata per Cesare Pavese – Ph Salvatore Pastore

D: Passando al coro, di cui ha parlato anche nel corso della presentazione alla stampa…

«Dalla tragedia greca non ha mai perso la sua freschezza di contemporaneità».

[Fa ascoltare uno studio su Paolo e Francesca, di cui ci ha dato la possibilità di inserirlo]

«Sono solo quattro persone, quattro corpi e quattro voci che sono multipli: questo è il coro, sono il molteplice che ci abita».

D: Come si raggiunge l’unisono?

«È irraggiungibile. Il coro si nutre della tensione verso l’unisono, verso l’intima complicità di un gruppo di persone, che condivide le stesse condizioni emotive, fisiche, d’azione e soprattutto nasce, agisce e scompare dentro uno spazio vuoto».

D: Dai libri della Boggio su questo punto, mi aveva colpito il termine cospirare…

«Il coro è cospirazione sia nel senso dell’azione che del respirare insieme. Costa mi ha formato soldato di questa questione».

D: Perché parla di ‘soldato’?

«Perché sono un esecutivo. Quando tengo specificatamente le lezioni sul coro mimico, mi faccio da tramite, è come se Costa usasse me per continuare. Sono stato formato come un tramite. Per me il compito del teatro è questo: cospirazione, quindi respirare insieme e trovare insieme il coraggio di cambiare una condizione».

D: L’aver realizzato diversi concertati a due con Alessio Boni, quanto vi ha aiutato in questo coro?

«La poetica è questa. Questa è la potenza pedagogica che Costa ci ha passato, è la potenza espressiva. Semplicemente Alessio ed io abbiamo messo a frutto uno dei tantissimi esercizi per il coro, che ci ha portato fino a qui. Nella nostra ignoranza, abbiamo consolidato, verificando, la validità dell’insegnamento ricevuto».

Marcello Prayer L’estate perduta
“L’estate perduta” Ballata per Cesare Pavese – Ph Salvatore Pastore

D: Vi intrecciate in maniera spontanea…

«Perché ciascuno pre-sente l’altro: è questo il grado di complicità e di condivisione».

D: È raro?

«Da una parte sì, ma non è più raro se tu lo vuoi. Basta volerla una cosa per farla esistere».

D: Esiste un’utopia che vorrebbe che si realizzasse?

«L’utopia non si realizza… abbiamo appena compiuto realmente non più una rappresentazione di “Don Chisciotte”, ma un’impresa donchisciottesca avendo resistito per otto repliche.
Poi come Don Chisciotte viene sfracellato dai mulini a vento… ma fa parte del gioco. È l’azione in sé che fa parlare».

D: Cosa posso raccontare di questa resistenza che avete dimostrato?

«È resistenza a oltranza perché l’azione affinché si possa vedere un sogno non potrà mai essere ammazzata, da nessuno, neanche dal covid. Questa è la verità per me. È solo un fatto di disorganizzazione che ti sospende, ma non può ammazzare un atto di vita e Don Chisciotte lo è».

Marcello Prayer Don Chisciotte
Ph Filippo Manzini

D: C’è una visione che nel futuro prossimo vorrebbe realizzare?

«Non nel futuro prossimo, ma oggi: continuare a fare teatro. Tranquillamente, come fosse il caffè della mattina, un’occasione di incontro, convivialità e condivisione, per poi ciascuno tornare nelle proprie singole vite. Questa è una delle tante funzioni del teatro: è il molteplice che ti esplode in mano sia dalla parte della ‘categoria’ pubblico che di quella della compagnia, che insieme si fanno tutti spettatori di questo».

D: Non è un caso che in questo testo si usino i termini occhi, osservare, vedere. Come si fa a trasmettere questo sguardo così vivo e appassionato, in un mondo in cui la soluzione più facile sarebbe non vedere e/o optare verso le cose di successo?

«Lo sguardo bambino – e rimaniamo sempre abbracciati a Costa. Se riusciamo a non dimenticare che siamo bambini, anche avendo cent’anni, sarebbe meglio».

D: Forse ci vuole un’educazione a questo…

«Bisogna desiderarlo, come in tutte le cose. Nonostante le peggio cose che sono esistite, esistono ed esisteranno, quel bambino è sempre vivo. Io ci lavoro ogni giorno su questo: è quella spinta immediata, istintiva di reazione alla vita».

 

Ph cover: Angelo Radaelli

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