MASSIMO NICOLINI trasmette immediatamente la sensazione di chi si ferma ad ascoltare e che si prende il proprio tempo prima di rispondere. Da quando ha iniziato a calcare il palcoscenico non l’ha mai lasciato e, in particolare, uno gli è molto caro come quello del Teatro Greco di Siracusa. Durante la nostra conversazione si percepisce il perché e si comincia subito in medias res dallo spettacolo che sta portando in scena “I Persiani” di Eschilo.
D: La regia è affidata ad Àlex Ollé. Tenendo conto del suo background che tipo di lavoro avete fatto?
«Molto aderente al testo. Ci sono degli espedienti che in parte richiamano la cifra de La Fura dels Baus (Ollé è uno dei sei direttori artistici della celebre compagnia teatrale e di avanguardia spagnola, nda), però sono molto contenuti. Si è riflettuto molto sul significato dell’opera e su quello che può portare oggi un testo come questo».
D: Per quanto riguarda il ruolo che interpreta, Serse, quali chiavi le ha fornito?
«Abbiamo lavorato nel restituire un arco narrativo a questo personaggio che arriva e riconosce l’enorme sconfitta a cui è giunto. Àlex e il suo collaboratore Ramon Simó Viñes hanno avuto un’ottima intuizione rispetto al coro, che di suo è compatto; mentre loro hanno diviso tra chi sostiene Serse e chi gli è contro per cui arriva con una grande sconfitta sulle spalle e passa dall’essere completamente distrutto a una presa di coscienza di quella che è poi la sua condizione, cioè quella di re. Ciò che colpisce è che, dentro di sé, non è realmente cambiato perché non c’è una vera e propria catarsi del personaggio, però un’evoluzione sì. Per me interpretarlo è stato molto stimolante perché in una scena ci sono diversi passaggi emotivi».

D: Massimo, come ha sentito la traduzione di Walter Lapini?
«Per noi attori è stata molto utile perché è evocativa, ricalca quella che è la poetica scrittura di Eschilo; allo stesso tempo Lapini è molto fruibile, passami l’espressione è molto facile da mettersi in bocca. Ha trovato una giusta misura permettendo che il verso di Eschilo prendesse il volo e risultasse chiaro».
D: Ci parli anche della trasformazione della scena
«Alfons Flores ha pensato questa grande tavola che rappresenta il centro di riunione di questo popolo rimasto a Susa, ma, in un secondo momento, si trasforma nella tomba di Dario per poi ritornare ad essere di nuovo il centro di raccolta per questo consesso che aspetta il ritorno del re. È una scenografia che nella sua non mutevolezza ha molteplici significati. Mi piace sottolineare anche l’utilizzo del video, un espediente che aiuta lo spettatore a entrare ancor più all’interno della tragedia, presentando così una doppia cifra tra la recitazione teatrale dell’attore e la restituzione della camera. Dal da mio punto di vista è interessante perché amplifica tutto quello che accade in scena».
D: Ci addentriamo ancor più nella visione di Ollé?
«Nostro malgrado visti i tempi che stiamo vivendo, non ha voluto fare un parallelismo perché ha evidenziato come questo testo parli già di suo ai giorni nostri. Certo ci sono dei riferimenti, ma senza rimarcare il nostro contesto. È questa la grandezza dei classici e “I Persiani” è un’opera profondamente umana perché parla dell’uomo all’uomo. Racconta appunto di questo re, Serse, che sfida il destino, cercando di andare oltre. Va ricordato che Eschilo probabilmente aveva combattuto nella battaglia di Salamina, che qui viene raccontata, e la sua grandezza sta nell’umanizzare il nemico, non va a rimarcare quella che è stata la vittoria greca, ma si mette da parte dei persiani».
D: Fondamentale è la figura di Atossa, qui interpretata da Anna Bonaiuto
«Proprio come la figura femminile e della madre lo sono all’interno della nostra società. Lei difende Serse al cospetto dello spettro di Dario dicendo che non è colpa sua, ma di chi lo circondava e questo accade spesso nelle dinamiche famigliari. Infatti dice al marito defunto: è stato consigliato male, voleva emulare te” – Dario aveva combattuto, era stato sconfitto a Maratona dieci anni prima, però non aveva portato alla distruzione totale dell’impero come invece ha fatto Serse. Senza spoilerare, nel finale Ollé ha inserito un espediente registico dove la figura di Atossa diventa il deus ex machina di tutto quanto e arriva come il potere vada avanti, nonostante tutto».
D: I greci ci portano a riflettere anche sulla ὕβρις
«L’etica greca è quella del limite e “I Persiani” parla proprio di questo. Serse rappresenta proprio la tracotanza, osa credendosi quasi pari a un dio, addirittura fa frustrare il mare come se fosse qualcosa di vivo, quindi va anche contro la natura e, in certo senso, contro la divinità, quest’ultima lo punisce nel peggiore dei modi. I greci avevano capito tutto al tempo e noi lo abbiamo dimenticato completamente».
D: Massimo lei ha fatto diversi progetti collaborando con l’INDA, immagino sia stato molto formativo
«Sì estremamente. Sono un privilegiato perché ho iniziato a Siracusa a 28 anni, sono alla mia dodicesima tragedia e formarsi al Teatro Greco di Siracusa come attore è il massimo perché ci si deve interfacciare con testi immortali (già questo è un dono) e dal punto di vista attoriale è un luogo che ti struttura tantissimo perché molto spesso hai solo te stesso, il tuo strumento, non hai scene o costumi di sorta o luci che ti diano appigli. I primi anni ero abbastanza inesperto, adesso mi sento più sicuro. Quando si arriva a Siracusa, registi, attori, maestranze colgono subito che teatro è più importante di tutto e tutti, queste pietre sono parlanti, portano con sé una storia, un vissuto molto alto rispetto a quello che ciascuno di noi è. Qualsiasi attore e regista diventa funzione di questi testi immortali, ma anche di questo luogo trascendentale».
D: È stato diretto anche con registi di approcci diversi
«Il bagaglio dell’attore è anche questo: la fortuna di potersi confrontare con diverse visioni e crescere. È un mestiere dove non si finisce mai di imparare e finché c’è la possibilità di farlo è bello. Non è una professione ‘finita’, soprattutto in questo momento in cui si sta trasformando e anche i metodi recitativi non sono più quelli del secolo passato; e poi in quanto arte la si affina, non la si padroneggia mai totalmente. Va detto che la perfezione è sempre un rischio, io purtroppo ho questo difetto di cercarla sempre, ma sto capendo con gli anni che invece è proprio nell’imperfezione che sta la bellezza per cui mettersi continuamente in discussione da una parte è destabilizzante, dall’altra crea quel disequilibrio che ogni tanto fa nascere la forma d’arte».
D: A proposito di lavoro attoriale, qual è il limite (nel senso positivo) che ha superato grazie all’esperienza acquisita, non solo a Siracusa?
«Quando ero un po’ più giovane credevo che ogni tanto bisognasse andare oltre il limite anche dal punto di vista attoriale, dal punto di vista dell’energia o della e spesso andavo fuori giri per il desiderio di fare troppo. Interpretare Serse, ad esempio, mi ha insegnato a stare dentro un disegno e un’intensità ben precisi e questo fa parte di una maturità artistica alla quale mi sto affacciando».
D: La scorsa stagione ha incarnato Teseo in “Edipo a Colono” di Sofocle per la regia di Robert Carsen. Di quella visione cosa ci può dire?
«Ha una sua poetica, una visione davvero precisa, dove tutto è molto misurato e pensato e tende a richiedere anche dal punto di vista recitativo un’asciuttezza e un’aderenza quasi cinematografica. Àlex Ollé lascia un po’ più ‘le briglie sciolte’, ma è altrettanto rigoroso. Ognuno ha il proprio metodo; in più lavorano tanto anche con l’opera per cui hanno molta dimestichezza anche nel rapportarsi col coro».
D: Al Teatro Greco ha debuttato nel 2009, le tremano ancora i polsi?
«L’emozione c’è sempre ma si impara a gestirla; certo non ci si può permettere di andare in scena con la paura. Avevo un insegnante francese che quando ci vedeva deconcentrati, ci diceva: “tu à côté des pantoufles”. È un’immagine molto bella perché per me andare in scena è un misto tra cercare di rilassarmi e quindi non avere paura, ma anche portare sempre qualcosa di me stesso. La prima entrata a Siracusa mi son tremati i polsi anche perché ero pure a cavallo e con accanto Giorgio Albertazzi, direi proprio un bel battessimo».
D: Massimo, a proposito di messaggi, la prossima stagione sarai in scena anche al Piccolo di Milano con “La pazzia di Re Giorgio” diretto da Massimo Popolizio e torna la questione del potere…
«Il teatro per fortuna riflette ancora, in alcune scelte, il tempo dell’oggi per cui il discorso sul potere e sull’autorità riverbera nelle nostre vite. Saremo anche al Teatro Argentina e in altre città; un testo corale di Alan Bennett e io faccio parte della corte di re Giorgio».
D: Si può dire che il tema della pazzia ritorni sia per la serie “Le libere donne”, ma anche pensando allo spettacolo “Van Gogh – l’odore assordante del bianco” con Alessandro Preziosi
«Nella serie tratta dal testo di Mario Tobino c’è stato tutto un lavoro sulla pazzia e il manicomio femminile, un mondo che non conoscevo particolarmente e dal quale sono rimasto molto toccato perché ho scoperto cose che intuivo, ma non avevo bene messo a fuoco. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale la figura femminile veniva internata anche semplicemente per esprimere dissenso nei confronti del marito, addirittura ho letto delle carte dove era stato riportato che alcune erano state internate perché troppo loquaci o troppo silenti. Io ho interpretato un medico che applicava la psichiatria vecchio stampo quindi con l’uso di elettroshock, lobotomia e una considerazione del malato non come persona da curare ma da contenere con tutto quello che ne consegue.

Nello spettacolo che citavi incarnavo il fratello Teo, con cui Van Gogh aveva un rapporto meraviglioso e lui deve tutto alla moglie di suo fratello, la quale ha fatto conoscere al mondo Vincent… Ancora una volta la figura femminile che torna».

D: Per lei ce n’è stata una essenziale sul piano professionale?
«Ho avuto la fortuna di frequentare la scuola Galante Garrone di Bologna e sono riuscito ad avere lei, Alessandra, che, purtroppo, dopo sei mesi se ne andò. Eppure in quel lasso di tempo ci ha dato un imprinting fondamentale, ci ha preso sotto la sua ala e insegnandoci cosa fosse il teatro per lei. Ho cercato di bere il più possibile quello che aveva da dare, è stato super arricchente.
Ho avuto anche la possibilità di lavorare con grandi attrici come Elisabetta Pozzi, la stessa Anna Bonaiuto, con cui mi rapporto poco in scena, ma è un regalo vederla ogni sera recitare».
D: Tra le varie esperienze, ricordiamo gli spettacoli portati al Globe Theatre di Roma, che purtroppo è chiuso. Ci terrei a una sua riflessione a riguardo
«È stato fortemente voluto da Gigi Proietti, con grandi sforzi, così come dalla famiglia Toti e per l’estate romana era qualcosa di imprescindibile, un vero baluardo. Spero che riparta la stagione perché le persone hanno voglia e necessità di venire a vedere storie che parlano ancora all’anima».
“I Persiani” è stato in scena al Teatro Greco di Siracusa dal 13 al 28 giugno; mentre dal 10 al 12 luglio 2026 è in cartellone al Teatro Grande di Pompei per la rassegna “Pompeii Theatrum Mundibus”.
Ph cover Michele Pantano
