MILVIA MARIGLIANO è un fiume in piena. Trasmette un viscerale senso di condivisione e una grande voglia di fare. Artista che ha speso – e continua a farlo – gran parte della sua vita sulle tavole del palcoscenico. Lo schermo l’ha ‘scoperta’ più avanti, ma ci ha donato donne di forte impatto (basti pensare anche a “Sulla mia pelle” in cui ha incarnato la mamma di Stefano Cucchi) e le auguriamo che, visto il recente e meritato riscontro con “La grazia” di Paolo Sorrentino, possa cominciare sempre più a raccogliere. Una particolare coincidenza ha voluto che l’abbiamo vista in scena, a distanza di pochi giorni, prima al Teatro Menotti in “Un marziano a Roma” e poi all’interno del festival Presente Indicativo organizzato dal Piccolo Teatro di Milano. Progetti diversi che, però, sono accomunati da un forte legame coi nostri tempi.
D: Partiamo da “Il processo Pelicot – Oratorio Scenico” di Milo Rau, proposto il 24 maggio al Melato. Qual è per lei il valore umano, oltre che politico?
«Ammetto che conoscevo pochissimo di questa vicenda terribile (Gisèle Pelicot è stata stuprata, in uno stato di incoscienza, per dieci anni da adescati dal marito in rete. Ha scelto che il processo avvenisse a porte aperte, nda), spesso stando in tournée anche cose così rilevanti sfuggono perché si ‘vive’ in una bolla. Quando il Piccolo mi ha contattata si è aperto un baratro perché mi sono informata e ho iniziato a leggere tutto a riguardo. Subito mi era sembrato vastissimo, sia umanamente che emotivamente; poi, quando ho capito, è stato ancora più devastante. La cosa straordinaria, nel senso di fuori dall’ordinario, è che noi ci siamo trovati il sabato pomeriggio con l’assistente di Rau (un’operazione collettiva, con ventinove interpreti compresi un’avvocata, due giornaliste e gli allievi del corso “Luca Ronconi” della Scuola di Teatro “Luca Ronconi” del Piccolo Teatro di Milano, nda) e poi il giorno dopo è arrivato Milo, ma io non ho avuto nessuna indicazione: il bello è che ogni attore, col proprio pezzo, ha dato una sua anima. Certo è un reading, però ritengo che si sia creata una magica bolla, che ha fatto emergere una cosa oggi importantissima. In sé è un caso emblematico, ma in generale c’è da riflettere sulla nostra condizione di donne e di uomini. Mi è sembrato proprio un momento straordinario, necessario e soprattutto mi ha fatto piacere che anche attraverso il Piccolo, Milano abbia portato alla luce questo importante reading come è stato fatto a Vienna, Avignone, New York e in diverse città. Unirsi con altri colleghi, alcuni dei quali non li incontravo da tempo, altri conosciuti in questa circostanza, è stato potente: senti che in ogni punto della terra e di questa benedetta Europa qualcosa è stato fatto in comune».

D: È stata una delle tre che ha dato voce proprio a Gisèle Pelicot
«Ci siamo presentate in tre modi diversi. Io ho incarnato lei, la prima volta davanti a tutti, per cui non solo pubblico ministero, ma anche avvocati, imputati, la famiglia e gli uditori. Può darsi che la seconda volta sia stata più sanguigna e poi la terza – stando anche alle indicazioni ricevute – doveva essere una specie di angelo, con queste parole dette nell’aria come finale. Da quando ho fatto la prima lettura, l’ho immaginata che approcciasse con un attimo di straniamento per essere una signora che capita in tribunale con il marito lì presente, gli imputati e, se vogliamo, è anche un po’ smarrita».
D: È arrivata tanto anche fisicamente, pure nel modo di stringere le spalle, oltre che nel tono di voce
«L’ho fatta con la lacrima dietro all’occhio che non esce ma c’è sempre … citando una grandissima regista prematuramente scomparsa, Cristina Pezzoli (con cui la Marigliano ha lavorato agli inizi del 2000, nda). È bello questo esempio per un attore: ecco la lacrima si deve sentire che c’è, ma non gli è permesso tirarla fuori. Mi piace molto leggere o recitare quando non è tutto così esplicito, che ti porti dietro nell’emozione e nella parola».
D: Ad aprile è stata all’Elfo con “Il raggio bianco” (produzione Teatro Nazionale di Genova e Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale), un gioiellino.
«Ci tengo moltissimo a questo lavoro, scritto dal fantastico Pierattini e mi auguro riusciremo a portarlo anche a Roma. Purtroppo non è semplice far circuitare oggi, mancano anche i giovani che si appassionano di vendita e distribuzione. Innegabilmente son cambiati i tempi rispetto agli anni ’70-’80, in cui anche il regista della sperimentazione faceva titoli della tradizione, ad esempio, rendendoli contemporanei. Manca un po’ di coraggio».
D: Pierattini ha pensato proprio a lei per questo ruolo e aveva scritto per lei anche “Ombretta Calco” (rappresentato nel 2015 con la regia di Peppino Mazzotta)
«Sì Sergio sa bene cosa mettere in campo e cosa quell’attore specifico può dargli. Ci conosciamo da tanto, è un toscano che vive a Roma, ma avendo la madre valtellinese ha una musicalità nordica; un po’ come me che lavoro anche in napoletano ma nasco milanese (papà era di Napoli). Spesso ci è stato detto che la scrittura di Sergio ricordava quella di Dino Risi, senza paura, con quei tratti della commedia cinica e amara. Non sono un’intellettuale, però riconosco subito quando in una sceneggiatura c’è una virgola di patetismo o retorica, ahimè propria dell’italiota. Sergio spera di poter realizzare un film da “Il raggio bianco”».
D: Sappiamo che sarà molto impegnata la prossima stagione teatrale. Ci racconta?
«Dopo “Sogno d’autunno” di J. Fosse (che aveva messo in scena in maniera sublime), torno a lavorare con Valerio Binasco, il quale teneva da tempo ad affrontare “Una delle ultime sere di carnovale”. Apriremo la stagione del Carignano a Torino e saremo in tournée fino a marzo ’27.
[Si respira il suo entusiasmo e che non vede l’ora di iniziare] Io vado pazza per le sfide e, a proposito di sperimentazione, porteremo in scena con Gennaro Di Biase “Regina madre” di Manlio Santanelli, un autore anzianissimo napoletano che viene rappresentato anche all’estero, poco da noi. Anni fa questa commedia la fece Isa Danieli. Ho cercato Liv Ferracchiatti perché curasse la regia, visto il suo sguardo fresco e, permettetemi il termine, europeo. Il produttore esecutivo è il Teatro Menotti, con co-produzione di Napoli, Roma e Padova, per cui debutteremo nel 2027 ma andremo in tournée nel ’28. Ma non è finita qui: in questi giorni sono a Torino per le pre-prove di “Lasciami andare, madre”, dall’omonimo romanzo di Helga Schneider in cui racconta del suo incontro con la madre anziana, ex guardia in un campo di concentramento nazista, per la regia di Valter Malosti, con Federica Fracassi (al Teatro Astra dal 6 al 17 marzo)».

D: Cosa significa per lei declinare queste madri?
«Non interpreto le nonne, ma le madri, ma soprattutto io non sono madre, ne conosco tante. Ho scelto di fare questo mestiere forse proprio per osservare, ho la capacità di assorbire quello che vedo e sento e quando coi giovani, ma non solo, soprattutto i maschi, colgo subito che madri hanno avuto e perché loro sono anche così. Mi nutro degli altri e credo che avendo anche fatto analisi per molti anni, mi affascina capire cosa si nasconde dietro un finto sentimento.
Certo non incarno la madre dei film d’animazione alla Walt Disney, faccio la madre rovina famiglie, che mi riesce benissimo».
D: E il cinema?
«Sono in attesa che esca “Fame d’aria” diretto da Giuseppe Bonito, tratto dal romanzo di Daniele Mencarelli e poi uscirà su Netflix “Nemesi”, una serie in sei episodi, con la regia di Piero Messina, in cui interpreto la madre di Barbara Ronchi. Sia Giuseppe che Piero sono giovani e molto bravi».
D: Sembra molto soddisfatta di questi lavori
«Lo sono. Per il cinema devo fare i provini; in teatro, da quando mi sono diplomata all’Accademia dei Filodrammatici a Milano, non ne ho mai fatti. A quest’età è una bella sfida mettersi a fare un selftape, in cui magari sei stata brava, però poi prendono un’altra persona. Ci faccio i conti. Piero Messina lo chiamo il punto e virgola del set perché è molto puntiglioso, mi sono trovata benissimo a lavorare con lui, ha anche questa adorazione verso chi proviene dal teatro. Non nascondo che mi auguro Coco Valori possa darmi altre opportunità».
D: Con quel ruolo nel film di Sorrentino (nomination come miglior attrice non protagonista sia ai David e vincitrice ai Nastri d’Argento 2026) ha lasciato il segno, incarnando l’ironia pungente
«Che bel dono e come è stato scritto bene quel personaggio da Paolo. Per noi ‘anziani’ c’è sempre la paura che manchino ruoli così validi. Desidero fare cinema, mi piace sottrarre, adesso ne sono capace e l’ho trasmesso anche con Gisèle Pelicot a teatro. Nella sottrazione porti un mondo e, quando arrivi a una certa età, basta uno sguardo anche per far ridere perché porti sulle spalle tanta vita con abbandoni, gioie, dolori».

D: Milvia, quale spiegazione si è data in merito a questa mancanza di parti nei prodotti audiovisivi?
«Nelle fiction spesso sono protagoniste già signore note al pubblico televisivo. Per gli uomini c’è meno penuria di ruoli e mi fa piacere che molti colleghi e amici che stimo, provenienti da un lungo percorso teatrale, hanno trovato questa via per film e serie. Mi riferisco, tra gli altri, a Francesco Colella, Peppino Mazzotta reso celebre da Montalbano, ma in pochi sanno che è un bravissimo regista o ancora Paolo Pierobon, Lino Musella, Tommaso Ragno. Se ci pensiamo solo i grandi, come ad esempio Bellocchio, lavorano con ‘gli sconosciuti’ che provengono dal teatro e così hanno permesso al grande pubblico di scoprirli.
Il mio amato agente, Christian, dello Studio Segre, che mi supporta e sopporta, mi ha detto: all’estero avrebbero già fatto una serie con protagonista Coco Valori».
D: Magari qualcuno coglie questo spunto. Milvia mi piacerebbe concludere con “Un marziano a Roma”, visto al Menotti, un teatro con cui ha un forte legame, con la regia di Emilio Russo. Questo racconto del ’54 di Ennio Flaiano ci riguarda ancora tanto, basti pensare a ciò che viene ‘urlato’ rispetto alla speranza…
«Noi dobbiamo attaccarci a qualcosa. Rispetto al monologo accade tutto in pochi minuti, in cui si passa dai borgatari – mi diverto tantissimo a dargli voce – al marziano Kunt, che, alla fine, viene preso da questo consumismo malato. Ci mancano signori come Flaiano o Pasolini che parlavano acutamente del loro tempo, ma sapevano anche immaginare certe conseguenze».
Ph cover Chiara Marigliano
