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Artisticamente Magazine

Rita Abela: «Il teatro mi ha cambiato la vita»

Rita Abela: «Il teatro mi ha cambiato la vita»

Tempo di lettura: 14 minuti

 

Ci sono attori che trasmettono passione-vocazione per l’arte della recitazione non solo per l’impegno profuso nell’interpretazione, ma anche per ciò che decidono di portare avanti in parallelo alla carriera di attore. RITA ABELA è tra questi e in questo nostro confronto scoprirete a cosa ci stiamo riferendo, facendo un passo alla volta proprio come è capitato a noi. Un dialogo con una donna che non pone limiti di tempo, capace di trasmettere entusiasmo per i progetti, i registi in contrati e allo stesso tempo porre i puntini sulle i sulle questioni che le sono a cuore.

Rita Abela e “Gli occhi degli altri”

D: Si può dire che la visione de “Gli occhi degli altri” di Andrea De Sica è – permettimi l’espressione – una bella ‘botta’
«Lo è stata anche per me».

D: Molto curato anche sul piano stilistico, è un film che ha il coraggio di esplicitare soprattutto in alcuni momenti, andando al di là del perbenismo…
«Andrea racconta un periodo storico legato al passato, ma in maniera non nostalgica, in modo elegante. Ha uno stile che amo moltissimo. La prima volta in cui ho visto il film, dopo il primo quarto d’ora, ho completamente dimenticato che mi trovassi lì perché avevo preso parte al lungometraggio. È stata una vera e propria immersione in quella realtà e credo anche di essermi liberata anche da questa forma di auto-gidizio o di aspettativa che inevitabilmente hai verso ciò che hai fatto. Mi sono sentita proprio tirare dentro un buco nero».

D: È come se andassi nell’abisso con loro. Andrea De Sica ha questa capacità nell’affrontare determinati argomenti se pensiamo anche a “I figli della notte” (con protagonisti ragazzi di buona famiglia in un collegio esclusivo)
«È uno che affonda le mani nelle storie che decide di raccontare. Ricordo che quando siamo usciti dalla prima visione de “Gli occhi degli altri” eravamo tutti senza parole. Io avevo un’angoscia dentro che ho portato con me addosso, un senso di inquietudine e mi dico che forse oggi deve essere sempre più questo il compito di un fatto artistico e cioè che qualcosa che vedi ti faccia uscire cambiata da quella sala. Per me significa che ha raggiunto lo scopo. Il film è ambientato negli anni ’60 (liberamente ispirato a un fatto di cronaca avvenuto in Italia, nda), ma il racconto della società non è poi così tanto differente».

D: No purtroppo sia rispetto al femminicidio che agli occhi degli altri…
«Siamo sempre di più all’interno di uno sguardo giudicante tanto più oggi coi social e non voglio demonizzare la tecnologia, ma è innegabile che i social abbiano in qualche modo sostituito un certo tipo di socialità. Per cui se da un lato abbiamo l’opportunità di raggiungere persone molto distanti; dall’altro fanno sì che alcuni sguardi celati dietro una tastiera diventino sguardi cattivi. Anche il tema del revenge porn del film è di un’attualità disarmante.
Questo film può portare a una riflessione su quanto ciascuno di noi, stando nella vita di tutti i giorni, possa in qualche modo notare certi campanelli d’allarme che fanno parte di un sistema violento».

Rita Abela Gli occhi degli altri
Ph Paolo Ciriello

D: Tra l’impatto a prima lettura e il lavoro col regista com’è cambiata la tua Nicoletta?
«Quando abbiamo fatto la lettura tutti insieme – per me è un momento preziosissimo che rimane impresso nel cassetto della memoria – è stato bellissimo perché si è avvertita un’immersione graduale dentro questa voragine. Quando siamo andati all’azione, sentivo come il linguaggio di Andrea aggiungesse tanta poesia a questo racconto, c’è una magia che lui mette dentro il lavoro che fa. Complici naturalmente la location stupenda, i costumi di Massimo Cantini Parrini che rendono iconici questi personaggi e tutto il lavoro dei reparti, con la fotografia curata da Gogo Bianchi che ha esaltato il tutto così come il suono (con, ad esempio, l’orchestrina in una scena che fa musica dal vivo e contribuisce a restituire quell’atmosfera). Dentro questa bolla che ben si coglie c’è del male, un non volersi porre delle domande, vantandosi del privilegio di essere lì in quella cerchia, senza andare veramente fino in fondo. A ogni stagione che passa corrisponde una fase della vita dei due protagonisti (il ricchissimo marchese Lelio e la misteriosa e seducente Elena, interpretati rispettivamente da Filippo Timi e Jasmine Trinca, nda), per cui si parte con la primavera fino ad arrivare all’ultimo dell’anno. Anche la mia Nicoletta muta, pure accompagnatore, di stagione in stagione».

D: Passa dall’architetto all’artista
«Lei da un lato è una mecenate perché sceglie di finanziare questi giovani; dall’altro ci pone la questione se provi un reale sentimento o se li tratti come ‘bambolotti’ da portarsi dietro per fare bella figura agli occhi degli altri. Durante la lavorazione mi sono resa conto che oltre ad elementi comici, possiede anche del marcio. Quando la protagonista viene esposta in quei super8 nuda, quando è stata ripresa durante i giochi sessuali, nessuno di loro si indigna. Quella scena per me è stata difficilissima».

D: Forse ciò che maggiormente sconvolge è che nessuna donna presente senta di dover proteggerla
«Esatto e per fortuna che questo oggi ci sconvolge perché forse ai tempi non era neanche pensabile che una donna prendesse le difese di un’altra donna messa in ridicolo, utilizzata come strumento di divertimento per gli altri, ma di vendetta per lui, che si sentiva il capo, il re. Senza voler spoilerare ci sono tanti momenti in cui emerge come si tratti di una persona a cui non si può dire nulla, è uno appassionato di armi e che spara per gioco ai turisti quando si stanno avvicinando al suo ambiente».

D: In quella scena da te evocata sembra davvero che si giochi al massacro e si prenda poco in considerazione la vita
«Nicoletta porta i ragazzi alla festa come se fossero ‘carne fresca’ e lo fa perché così ci può essere qualche stimolo in più, quasi a volere usare le persone».

Rita Abela Gli occhi degli altri
Ph Paolo Ciriello

D: Inoltre si parla di amore libero, però alcune reazioni in particolar modo del marchese, rivelano una grande ipocrisia
«Non esiste una sola morale. Possiamo considerare quel posto il paese dei balocchi in cui ciascuno può essere realmente se stesso, però poi Lelio è il primo a non accettare il rifiuto di sua moglie né il fatto che questa storia sia finita. E ci si interroga: era veramente amore questo loro gioco di trovare altre persone? Lo dico ovviamente senza nessuna forma di giudizio per chi lo fa, però questo voyeurismo da parte sua nel riprenderla mentre lei ha rapporti con altri uomini, era davvero un gioco d’amore? Elena dopo la scena in grotta in cui c’è uno sguardo ben preciso, dice al marito: “ma perché tutte queste feste, se restassimo un po’ soli io e te?” È il suo modo di implorarlo perché questo ‘gioco’ finisca perché probabilmente non la diverte più rispetto all’inizio. Tant’è vero che lei si consuma, si deprime, smette di mangiare per cui è una storia in cui non sta più bene. Lui non si accorge del reale problema per cui non era vero amore. Se non ci si rende conto che la persona con cui si sta non è più d’accordo allora vuol dire che stai giocando da solo e questo è molto violento perciò questo film è tristemente attuale».

D: Non temi che possa esserci una parte del pubblico ‘perbenista’ che non colga?
«Penso che fino a quando ci saranno persone che vedendo questo film penseranno: “eh beh però lei si metteva nuda” o “però lei stava con questi uomini”, quindi, sotto testo, “se l’è cercata” e commenti simili, film come questo siano importanti perché il mio auspicio è che possano magari generare dibattito, portare qualcuno a informarsi. Purtroppo la vittimizzazione secondaria la conosciamo e le vittime vengono processate paradossalmente a loro volta, quando invece non c’è colpa da parte loro. Se si è liberi lo si deve essere in due».

L’impegno di scuola e istituzioni sull’educazione anche sessuo-affettiva

D: Non è facile da debellare, ancor più se pensiamo che non sia stata introdotta l’educazione sesso-affettivo nelle scuole medie inferiori
«Sembra che non si capisca che sia necessario creare consapevolezza e autocoscienza ed è proprio tra i banchi di scuola che bisogna agire perché in quel contesto si forma la personalità e si stabilisce quella scala di valori che poi ti accompagneranno per tutta la vita. Le istituzioni fondanti della persona sono la famiglia e la scuola. Se da un lato una parte è carente, dall’altro deve essere presente, anche perché all’interno della scuola ogni ragazzo/a, bambino/a inizia a tessere quella rete di rapporti sociali che ti insegnano a stare al mondo per cui ci deve essere qualcuno che ti insegna cosa sia il rispetto, a riconoscere la diversità di genere e dunque rispettarla. Quando parlo coi ragazzi dei licei mi capita di dire loro: “sapete che esiste in Italia una disparità salariale vergognosa?”. Le ragazze all’inizio non lo sanno, mi guardano sbalordite e le informo che è statisticamente provato che le donne vengono pagate di meno a parità di età, ruolo, carriera. Su questo aspetto iniziano a drizzare un po’ le antenne. Ogni tanto sento dire con nonchalance che il proprio ragazzo ha controllato il cellulare e non si ha contezza che sia sbagliato già un gesto simile. Se non c’è nessuno tra gli adulti di riferimento che glielo spiega, se la scuola non fa veramente opera di divulgazione di questi temi, si rischia che questo problema non passi mai. Se vogliamo veramente contrastare questo fenomeno, anziché fare soltanto le maratone o gli eventi per il 25 novembre (Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne), bisognerebbe agire in maniera veramente profonda sin da piccoli.
Quando frequentavo le elementari purtroppo il fenomeno dell’AIDS mieteva tante vittime, ricordo che le maestre ci facevano lezioni di ore e ore perché a quell’età non potevano dirci che avvenisse per trasmissione sessuale, parlavano di siringhe infette. Se io non sono mai caduta in quei giri di droghe, lo devo all’imprinting che ho avuto così come se credo molto nei valori dell’antimafia e della legalità, lo devo al fatto che ci spiegavano chi era Falcone, Borsellino, Giuseppe Fava e tutte le altre vittime martiri della Sicilia. Si crea così una scala di valori, coadiuvata chiaramente da quello che senti e vivi in famiglia, però sicuramente l’aspetto educativo è un aspetto di cui la scuola deve occuparsi».

D: Bisogna puntare sì nell’insegnare una lingua come l’inglese, ma anche nella trasmissione di determinati valori
«Credo sia un po’ un errore dire che i giovani di oggi sono il futuro perché per me sono già il presente perciò quando mi trovo a parlare con loro gli dico sempre che devono decidere da che parte stare, aprire gli occhi contro le ingiustizie e che se vedono un atto di bullismo, devono parlare. Lo stesso vale – e torniamo appunto a Nicoletta del film di Andrea De Sica – che se assisti a qualcosa non puoi star zitto o fermo, altrimenti non puoi dire che sei totalmente innocente. Le istituzioni dovrebbero assumersi il carico di divulgare quanto più possibile questi temi, soprattutto rispetto alla violenza e alla disparità di genere, ai problemi che viviamo in una società che è di stampo patriarcale, eteronormativa e che spesso e volentieri lascia fuori intere categorie di persone».

Rita Abela

Rita Abela: come il teatro mi ha cambiato la vita

D: Quando il teatro è entrato nella tua vita?
«Ho iniziato a farlo quando ero a scuola media, avevo 11 anni, e mi ha cambiato la vita. Io ero la classica ragazzina cicciottella e questo, oltre a mettermi in difficoltà, mi esponeva molto a essere presa in giro, perché ero quella che era diversa dal resto della classe. Quando ho seguito quel primo laboratorio teatrale è stata la prima nella mia vita in cui non mi sono vergognata di espormi. Durante i giochi di improvvisazione teatrale sentivo tutte le mie antenne aprirsi a 360° così come il veicolo della creatività – questo aspetto insieme a quello emotivo li ho sempre avuti perché papà suonava la chitarra, mio zio la suona tuttora. Sentendo quanto mi facesse star bene, ho capito di volerlo fare per sempre non solo come interprete. Nei momenti in cui magari non ho scritture lunghe e riesco a incastrare, con moltissimo piacere, soprattutto in Sicilia dalle mie parti – Siracusa e provincia – tengo dei laboratori con gli studenti delle scuole».

D: Si sente che deriva da una tua esigenza
«Per me ha un valore tanto quanto quello di stare su un set perché credo moltissimo nelle potenzialità educative del teatro, soprattutto in età scolare. In questo caso lo spettacolo non è il fine ultimo del percorso, è quest’ultimo a essere essenziale, quelle ore vissute insieme in cui ci si riconosce, mettendosi faccia a faccia coi propri limiti, proviamo a trasformarli e farli diventare punti di forza o caratteristiche così come proviamo ad accogliere e ad accettarci, perché se tu accetti te stesso fai un passo verso un’accettazione anche dell’altro. Non puoi avere uno sguardo veramente d’amore verso gli altri se in primis con te stesso sei spietato come possono esserlo gli adolescenti oggi.
I ragazzi sono lo sguardo sul mondo, quella presenza che ti fa capire in che direzione stiamo andando».

D: Ci racconti meglio questa collaborazione con la scuola?
«Svolgo progetti a ore, in base alle necessità delle varie scuole e anche alla mia disponibilità in presenza. Mi capita che spesso e volentieri alcuni ragazzi che magari hanno fatto il progetto un anno poi tornino e anche di averli dal primo al quinto anno perché comprendono come sia un’occasione per comprende sempre più se stessi e abbiano la possibilità di sperimentare. E non va dimenticato il divertimento, che sembra passi soltanto dallo schermo di un telefonino o di una playstation. Stanno insieme in maniera sana e tirano fuori cose che magari non direbbero avvertendo quel momento come uno spazio sicuro di libera espressione. Lavoro sempre totalmente in assenza di giudizio e quando i ragazzi si vedono privati del giudizio acquistano delle libertà, e una forma di creatività incredibile per cui mi ritrovo a guardarli incantati e imparo tanto».

D: Come evidenziavi anche dalla tua esperienza personale, al di là del fatto che scelgano di seguire questa strada, apporta qualcosa di buono per se stessi
«Lo dico sempre al primo incontro: “probabilmente nessuno di voi sceglierà di fare l’attrice o l’attore nella vita, però sicuramente questa è un’esperienza che può migliorarla perché ti dà un’altra possibilità di stare al mondo”. Ti fa vedere altre prospettive di relazione, esplorare altre ottiche di comunicazione e un linguaggio che magari di solito non si è abituati ad utilizzare.
Mi piace molto fare anche degli esercizi di scrittura creativa perché sono linguaggi diversi. Infatti dico sempre ai ragazzi di come cambi un messaggio anche su WhatsApp se lo si manda come nota vocale o per iscritto, in questo secondo caso sei obbligato a sederti un attimo, raccogliere pensieri ed elaborarli in forma scritta. Li rassicuro anche perché non devono per forza mettere un nome e cognome perché il fine ultimo non è una valutazione».

D: È qualcosa che ci si porta come bagaglio anche nella quotidianità
«Molti ragazzi migliorano nel profitto scolastico e notano come su più fronti raggiungono degli obiettivi».

D: Le tue parole dimostrano quanto sarebbe importante insegnare il teatro come materia scolastica – idea rilanciata anche da Pierfrancesco Favino
«Ci sono delle direttive anche europee che favoriscono questo genere di percorsi, però c’è sempre una discrezionalità da parte delle scuole. Invece se lo prevedessero come materia all’interno del percorso scolastico non potrebbe che giovarne la società intera e sicuramente accanto a questo ci vorrebbero delle ore di educazione affettiva e alle differenze».

D: Una curiosità: preferisci mettere in scena qualcosa scritto insieme a loro o i classici?
«Quando posso preferisco i grandi testi. Per esempio a Siracusa, al Teatro Greco di Palazzolo Acreide, si svolge questo festival del teatro classico organizzato dall’INDA (Istituto Nazionale Dramma Antico) e molte scuole hanno il piacere di portare i loro ragazzi a fare lo spettacolo al festival e così optiamo per una tragedia o una commedia greca o latina. Certo punto per riattualizzare. Mi spiego meglio: in fase di prove, se stiamo lavorando su Antigone, chiedo a tutti: “chi è Antigone per te? Qual è l’ingiustizia che hai vissuto e contro cui hai voluto lottare?” Facciamo un importante lavoro pure sulle relazioni tra i personaggi. Dico sempre ai ragazzi: “se dovessi rappresentare Andromaca, a cui viene portato via il figlio, il piccolo Astianatte, io non saprei che cosa può provare una madre non avendone, però – per quanto non sia paragonabile – una volta sono stata scippata, quindi il mio corpo ha registrato la memoria di quando ti viene portato via qualcosa”. Se un testo sopravvive per 2500 anni vuol dire che parla di cose universali e quindi qual è il messaggio di questo spettacolo che andiamo a fare? Qual è il corrispettivo che abbiamo oggi nella nostra vita, quindi tendo a recuperare sempre un gancio personale affinché non sia soltanto una mera rappresentazione che magari può essere anche esteticamente bella, però manca poi di un significato sotteso che per me è sempre importantissimo».

L’importanza della formazione a Siracusa e degli spettacoli con l’INDA

D: Hai realizzato tantissimi lavori con l’Inda. Quanto è stata segnata?
«Il Teatro Greco ha rappresentato innanzitutto la prima volta in cui sono stata pagata per recitare. Il primo lavoro da professionista non si scorda mai, ma soprattutto non si scorda mai perché avveniva in quel luogo lì. Era il 2005, regia di Irene Papas ed era “Antigone”, un impianto incredibile, le musiche originali di Vangelis. Irene Papas era una ‘divinità’ tra le divinità all’interno di quello spazio. Ricordo durante le prove, quando ancora il teatro è vuoto per cui c’è tutta quella pietra bianca (sotto debutto montano gli spalti di legno), la luce del sole che andava a tramontare, il cielo dipinto di rosa e la pietra bianca che rifletteva questi colori, con lo scroscio di una sorgente che è lì da 2000 anni in cima alla cava. Mi sono sentita veramente di essere parte di un tutto tanto più grande di me.

Rita Abela Le supplici
“Le Supplici” di Eschilo. Regia di Moni Ovadia. Corifea Rita Abela. Ph Franca Centaro_A.F.I. Archivio Fondazione INDA Siracusa

Ci sono luoghi che hanno un’anima, lì è così. E poi pensi che magari su quelle pietre ha camminato Eschilo in persona: ecco a me vengono i brividi perché lì si compiva il rito. Il teatro per i greci era un evento di comunità e ritrovo. Porto con me questo ricordo incredibile della primissima volta in cui sono entrata in scena col pubblico, al debutto dell’Antigone, avevo una paura incredibile. Entrando in scena ho visto quel muro, che prima erano costituito da pietre bianche, poi pieno di gente. Ti trovi in quel bivio tra farti ‘sbranare’ o abbracciare perché la conformazione del teatro ti porta a questo. Quando fai quel passo in avanti, ti dici: “questo è un abbraccio bellissimo, che vorrei che non finisse mai”. È una sensazione veramente di pace dei sensi e ogni volta è un’emozione unica. Ho ricordo degli odori, dei colori naturali di quel posto, che sono indimenticabili. Ogni volta in cui arriva la primavera per me è immediatamente teatro greco visto che le prove cominciano ad aprile. Anche in città, per strada, si avverte quel clima. Senza dimenticare che ho avuto anche l’opportunità di vedere dei giganti lavorare in quel teatro».

D: Hai preso parte a tantissime messe in scena
«Sette. Di volta in volta c’erano prime attrici e primi attori che ho seguito a bocca aperta, cercando come una spugna di apprendere. Questo è un ‘vizio’ che mi è rimasto visti i tanti anni anche di tournée con Leo Gullotta e la regia di Fabio Grossi. Quando non sono in scena, mi metto in quinta e sbircio. Non ci si può mai stancare di imparare».

Rita Abela in “Vanina Guarrasi – Un vicequestore a Catania” 2

D: Rimaniamo in terra sicula, spostandoci a Catania. Qui ti ha ridiretto Davide Marengo che avevi incontrato ne “Il cacciatore”. Un ruolo interessante quello di Rita Crisafulli, a proposito anche di valori antimafia, terreno su cui si trova con Vanina (Giusy Buscemi): un bell’incontro quello tra queste due donne
«C’è stata proprio un’intenzionalità in questo. Rita sa che il contributo di Vanina, per quanto una donna, tra virgolette, difficile perché lavora sul campo e non cerca la notorietà, può essere prezioso. Lo scopo della giornalista che interpreto è quello di sensibilizzare le persone ai temi della legalità e dell’antimafia, soprattutto perché un certo tipo di giornalismo può contribuire anche a creare speranza in chi ascolta – è qualcosa che, a volte, alcuni siciliani non hanno e lo dico da siciliana. Lei ci tiene a far vedere l’altra faccia della medaglia, ossia dare l’esempio di una donna di valore che riesce a cambiare le cose. Rita è un personaggio positivo, che va incontro ai miei valori anche, quindi mi piace moltissimo. Trovo importante che venga raccontato anche in una tv generalista (su Canale 5) un bel rapporto professionale tra due donne, che stanno dalla stessa parte. Mi auguro possa realizzarsi una nuova stagione».

Rita Abela Vanina

D: Da persona che ha vissuto le stragi degli anni ’90, guardando a oggi, pensi sia cambiato qualcosa?
«Quello che cambia sono probabilmente le modalità, nel senso che quegli anni delle stragi fortunatamente sono finiti o meglio non sono così espliciti e non sono così all’ordine del giorno. Era veramente un periodo in cui ogni giorno ne sentivi una, c’era tanta paura. Adesso ce n’è meno, ma purtroppo questo non è indice del fatto che il fenomeno mafioso si sia concluso, esiste sotto altre forme, è entrato nei palazzi – al di là del fatto che ci siano ancora in ogni città dei piccoli clan che si spartiscono il territorio sul piano dello smercio di droghe e di piccolo racket».

D: In questa serie emerge anche la bellezza della Sicilia, non rappresentata da cartolina
«Con Davide Marengo è stato un piacevolissimo ritrovarsi e anche con l’altro regista, Riccardo Mosca, mi sono trovata benissimo. Entrambi hanno questa maestria nel racconto i luoghi iconici e meno noti. Da siracusana ne ho anche riscoperti alcuni come il fiume Amenano, per quanto io avessi recitato al teatro greco di Catania (dove sotto passa questo fiume), durante le riprese ho colto l’occasione per fare tutto il percorso del fiume. Sono stupende anche tutte le scene ai piedi dell’Etna».

I prossimi progetti di Rita Abela

D: Sei in “Chiaroscuro” per la regia di Jan Maria Michelini
«Sì, una piccola partecipazione fatta con affetto. Lui è una persona deliziosa, tanto quanto sua moglie (l’attrice Giusy Buscemi, nda). Con Andrea Porporati ho finito di girare a novembre e credo che il film tv uscirà nel 2027. Ci tengo a dire che i primi di maggio girerò un cortometraggio, un altro scritto e diretto da Francesca Giuffrida. Nel cast ci sarà anche un’amica che stimo tanto come Giorgia Spinelli. Tengo moltissimo a questo che parla di diritti, molto ambizioso, ma dal mio punto di vista necessario per cui quando Francesca me l’ha proposto ho aderito immediatamente».

D: Ti rivedremo a teatro?
«Farò uno spettacolo al teatro Greco di Tindari con la regia di Anna Rita Ciccone (un testo davvero particolare); mentre la prossima stagione ci ritroviamo con Leo Gullotta e Fabio Grosso per portare in scena Pirandello».

 

Ph cover Francesco Ormando

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