Stefano Massini sa bene quale sia il potere della parola. Lo sa individuare negli altri, come nei potenti di questa terra che spesso diventano oggetto di indagine e quindi soggetto delle sue drammaturgie. Ne riconosce il valore nella comunicazione, da quella strumentalizzata a quella che, invece, ricerca la verità com’è stato con l’esempio di Anna Politkovskaja. Da artista e intellettuale qual è Massini sa bene quali parole scegliere per raccontare ciò che è stato e farci comprendere, così, il nostro oggi. Questa coerenza la si può rintracciare in ogni tappa del percorso compiuto fino ad ora e che ci porta a “Io, Vladimir – Stefano Massini racconta Putin”. A vent’anni dall’assassinio della Politkovskaja, uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006, mercoledì 11 marzo 2026 in prima serata su NOVE e in streaming su discovery+ subito dopo la messa in onda lineare un evento televisivo che trasporta lo spettatore in un inedito e coinvolgente racconto in prima persona di Vladimir Putin.
Diretto da Fabio Calvi, l’evento tv vede sul palco i musicisti Luca Baldini, Mariel Tahiraj, Saverio Zacchei, Massimo Ferri ad accompagnare e scandire con musiche originali un intenso racconto che copre mezzo secolo di storia russa, mentre sullo sfondo – come parte integrante della scenografia – si alternano suggestive immagini d’archivio frutto di un’accurata ricerca volta ad evocare le atmosfere e i significati più profondi dietro ai fatti storici.

«C’è un modo per raccontare l’attualità in televisione che non sia quello del talk show o dell’intervista? Una modalità in cui possiamo ricostruire la storia, anche quella recente, che non sia quello di affidarci ai materiali di un documentario d’archivio? Come possiamo raccontare la complessità umana che sta dietro alla cronaca? E mentre ci ponevamo questi interrogativi abbiamo avuto la fortuna e l’onore di incontrare sul nostro percorso Stefano Massini», ha spiegato Aldo Romersa VP Programmino WBD aggiungendo: «è un drammaturgo pluripremiato, un artista straordinario che fa una cosa rara: racconta il presente trasformandolo in un’esperienza per noi e riesce a ricostruire quello che la cronaca, per sua natura, non riesce a fare, cioè a raccontare, per esempio, quelle che sono le fragilità, le ossessioni, le ambizioni di uomini che cercano o incarnano il potere. Lo ha già fatto nel corso della sua vita artistica coi fratelli Lehman, l’assassinio della Politkovskaja, l’ascesa di Donald Trump. Per Nove ha creato in esclusiva un altro racconto: quello di un uomo di potere che ha molta influenza sulla nostra vita di europei, con un punto di vista molto preciso».
A tu per tu con Stefano Massini
D: Citando dallo spettacolo: «modo insopportabile di usare le parole come se fossero non politica ma letteratura» riferendosi al prof. Sobčak. Stefano, ci parla del peso delle parole nel suo percorso e, nello specifico, in “Io, Vladimir”?
«Per me, come persona, le parole sono tutto. Freud diceva sempre che le parole sono la cosa più potente e acuminata che l’essere umano possieda. Le parole sono in grado di distruggere, costruire, ferire così come di creare e di innamorare.
Questi sono personaggi che si reggono interamente sulle parole. In questo c’è qualcosa di incredibilmente simile fra il lavoro che faccio io, che fai tu [nel corso dell’incontro stampa ha manifestato grande rispetto verso i giornalisti. «Fare informazione di serie A è diventato difficilissimo in un mondo dominato da quella di serie C. In Italia abbiamo fatto di tutto per assolvere Putin, fingendo di non vedere molte cose, con Berlusconi che faceva le sue battutine. Questo spettacolo è un omaggio ai troppi giornalisti che hanno pagato con la vita la ricerca della verità»] e il lavoro che fanno loro. Ci basiamo tutti quanti sulle parole sia i politici che i giornalisti che noi autori e uomini di comunicazione. All’apparenza sono aria, invece fanno radicalmente la differenza. Non è un caso che del suo ex professore universitario – poi diventato leader del nuovo corso democratico – rilevi che usasse le parole come fossero letteratura, non politica… quasi con una sorta di disprezzo. Lo coglie perché Putin, invece, ha un modo di parlare asettico, è uno molto poco bravo a usare le parole. Non è un oratore né vorrebbe esserlo, lui è un uomo concreto, fatto più di violenza che non di affabulazione. Ha costruito tutta la sua vita sul fatto di essere uno che va diritto al punto».
D: Sul piano drammaturgico un altro passaggio fondamentale è questo: «la politica si regge tutta sullo spazio tra una promessa e la sua attuazione». Riflessione che fa pensare tanto anche al nostro oggi. Durante la presentazione ha sottolineato un punto essenziale: non sottovalutare gli spettatori e i lettori
«È un aspetto al quale tengo molto. Il Nove ha fatto un investimento importante in questo senso: l’idea di portare in una prima serata televisiva un racconto di questo tipo, la parola teatrale trovo sia qualcosa di estremamente forte perché vuole comunicare alla gente di non voler continuare il compromesso verso il basso. Una volta mi fu detto: siccome la sera le persone sono stanche dalla vita frenetica non bisogna dare cose troppo impegnative perché la gente si vuole distrarre. Io attualmente incontro platee da 800 a 1500 spettatori a replica, in scena ci sono sei se non sette giorni su sette a settimana e in Italia esiste una enorme quantità di gente che esce la sera con il freddo, per andare a parcheggiare la macchina da qualche parte, farsi un pezzo a piedi e andare a teatro. Gente che si fa l’abbonamento al teatro d’opera, che va al cinema, ai concerti, per mostre e non è una sparuta minoranza, ma qualcosa di gigantesco che regge l’intero sistema dello spettacolo e della cultura. Una forza trainante fatta di persone che discutono, creano dibattito, con un senso critico, il che merita rispetto. C’è chi si rilassa trovando dei contenuti e perché non gli si devono dare?».
D: Questa richiesta l’avrà verificata anche come direttore artistico del Teatro della Pergola di Firenze
«Abbiamo avuto un incremento del 26% di sbigliettamento. Credo molto in questo lavoro e nel riscontro che gli spettatori danno. Facendo un altro esempio: due anni fa sono stato al festival di Sanremo con Paolo Jannacci proponendo un pezzo tipico di teatro canzone. In tantissimi hanno detto e scritto: ma cosa c’entrate voi visto che Sanremo è il pop? Sembrava fossimo destinati a fare fiasco. Abbiamo fatto il secondo picco insieme a Eros Ramazzotti per cui non è vero che bisogna dare ‘boiate’».
D: Come si fa a mutare questo approccio?
«Proponendo “Io, Vladimir” alle 21:30 e non in seconda serata. Provandoci. Bisogna cominciare a farlo e il pubblico nel frattempo si fidelizza. Nove si sta impegnando fortemente in questa direzione anche con “Che tempo che fa” che propone scrittori, analisti e opinionisti con uno sguardo sulla realtà, ospiti stranieri e il riscontro anche in termini di audience, oltre che di apprezzamento c’è eccome per cui vanno fatte le dovute considerazioni».
D: Si citavano gli scrittori russi, pensando a “Padri e figli” di Turgenev, cosa vorrebbe trasmettere al pubblico giovane?
«Ho fatto le mie esperienze anche nelle scuole e ho costruito un rapporto con le nuove generazioni [condivide con orgoglio i messaggi ricevuti da genitori che sono andati a vederlo in teatro col proprio/a figlio/a]. I ragazzi sono sempre incuriositi da ciò che è controcorrente. La parola, il racconto, il teatro sono oggi completamente controcorrenti perché sono contro la tendenza e questo li rende affascinanti».
D: Il maestro Luca Ronconi, durante la conferenza stampa di presentazione di “Lehman Trilogy” ha affermato: «sono abbastanza convinto che prima o poi un ritorno al teatro di parola nel modo più alto del termine – ossia non soltanto di lingua, ma di lingua, di significato, di appartenenza – sarà presto necessario». Era il 27 gennaio 2015…
«Come sempre ci aveva preso totalmente, sembrava qualcosa completamente fuori tempo ed essendo fuori tempo diventava affascinante. Secondo me ci stiamo tornando adesso con un elemento in più. L’intelligenza artificiale, gli androidi che tendono a sostituire sempre di più il lavoro umano, non hanno capacità come l’essere umano di articolare la parola e questo ci rende profondamente umani nel momento in cui usiamo le parole quindi questo diventerà un elemento secondo me sempre più importante e anche su questo, come su tante altre cose, Ronconi aveva totalmente ragione».
“Io, Vladimir” di Stefano Massini: le note di regia di Fabio Calvi
La vera questione quando si trasmette un lavoro di questo tipo in televisione è: cosa cambia per lo spettatore a casa rispetto a quello in teatro? Molte cose: innanzitutto sei tu a proporre il flusso di immagini e suggestioni e guidi l’occhio e l’attenzione dove la tua sensibilità ti porta, nel rispetto della narrazione e della sua forza interpretativa. La grande differenza sta anche nella distanza. Le telecamere ti portano dentro il primo piano, le espressioni, gli sguardi, c’è una intensità fortissima. Ho cercato di sostenere il racconto, modulando le inquadrature sul ritmo di Massini, sul suo respiro, le sue pause, inserendo dettagli, piani d’ascolto del pubblico, immagini contestualizzanti oppure evocative, simboliche. Le camere sempre in leggero movimento a seguire il flusso del racconto. Il non luogo della storia di Putin è stato immerso in una nebbia persistente, su cui si sono appoggiate le luci di Daniele Savi, un po’ la nebbia di Leningrado, un po’ la nebbia del Dombass che nasconde l’avanzata delle truppe russe, un po’ il gelo e l’impalpabile mistero che avvolge tutta la vita di Putin.

“Io, Vladimir”: note del compositore Luca Baldini
La musica non racconta una storia né segue lo sviluppo dell’azione scenica. Diventa materia che attraversa lo spettacolo, una presenza continua, a volte impercettibile, che costruisce soprattutto uno spazio emotivo e politico. Il suono si configura come foto del potere: qualcosa che avvolge, influenza, occupa lo spazio. Si apre idealmente un paesaggio sonoro gelido, che colloca lo spettatore in una dimensione di freddezza e distanza. La musica non sembra avere un punto di origine preciso: appare come già esistente, senza un vero inizio, in modo analogo al potere che viene rappresentato. Anche per questo il tema finale ritorna su se stesso, chiudendo il percorso in forma circolare. Andando avanti, la struttura musicale diventa più definita, descrivendo l’ascesa e il consolidamento del controllo. La ripetizione è un elemento fondante: temi che tornano, si ripiegano, si autosostengono, come un meccanismo chiuso che non prevede alternative. Quando assume un carattere solenne o celebrativo, lo fa in maniera volutamente ambigua. Le armonie, eccessivamente ordinate e levigate, rivelano una dimensione artificiale, lasciando affiorare il vuoto della costruzione ideologica. Nei momenti più intimi, il suono si assottiglia fino a sfiorare l’assenza. Uno strumento isolato, frammenti sonori discontinui e lunghi silenzi restituiscono una condizione di solitudine e isolamento. In questi passaggi la musica assume un vuoto che resta irrisolto. Poi perde ogni equilibrio. Rumori, dissonanze e armonici sibilanti spezzano la continuità, generando una tensione instabile e permanente. Il suono non accompagna la scena, ma la mette in discussione. Nel finale, la musica cresce e poi si ritira gradualmente, lasciando emergere un silenzio denso di significato. Non si tratta di una chiusura, ma di una sospensione. Ciò che rimane non è una risposta ma la traccia persistente di un sistema che continua a farsi sentire anche quando sembra essere alla conclusione.
Il ciclo di NOVE dedicato alla Storia contemporanea
“Io, Vladimir – Stefano Massini racconta Putin” è prodotto da Ruvido Produzioni per Warner Bros. Discovery, di e con Stefano Massini. Regia Fabio Calvi. Musiche di Luca Baldini. Musicisti in scena Luca Baldini, Mariel Tahiraj, Saverio Zacchei, Massimo Ferri. Direttore della fotografia Daniele Savi. Consulenti artistici Serena Fornari, Gianluca Massini. Coordinamento editoriale Marco Miana. Produttrice esecutiva Anna Scàndola. Prodotto da Carlo Gavaudan e Marco Miana. Il format inaugura il ciclo di NOVE dedicato alla Storia contemporanea raccontata da grandi firme della cultura italiana, che proseguirà con “Le emozioni che abbiamo vissuto – Gli anni Sessanta, quando tutto sembrava possibile” di e con Walter Veltroni (in onda mercoledì 18 marzo); “Anni Settanta – Terrore e diritti” di e con Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Sara Poma (in onda 25 marzo); “Gli ultimi giorni dell’umanità” con Massimo Cacciari (in onda prossimamente).
Nota a margine, ma non per questo meno importante: il testo dello spettacolo creato per questa circostanza è stato pubblicato da Einaudi. Nella prossima stagione teatrale Massini darà vita a un altro testo con al centro Putin.
Ph cover: Filippo Manzini
